Sbagliando si impara davvero? Una prospettiva differente dell’errore
Lavorare su una percezione più generativa ci insegna realmente ad aprirci alla novità e ad apprendere reciprocamente dall’esperienza
di Gabriele Vitacolonna *
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Che riguardi collaboratori, familiari o partner, nella mia giovane prospettiva, la possibilità di sbagliare ha significato per molto tempo paura, blocco, dubbio, scelta di non scegliere. Come ben sappiamo si tratta reazioni di difesa fisiologiche tipiche dell’essere umano: l’errore può rappresentare un vero e proprio evento stressante. Ma ad un certo punto, personalmente, ho iniziato a costruire una diversa prospettiva dell’errore. Ricordo una riflessione di Massimo Recalcati (“L’elogio del fallimento”) in cui sostiene, citando Hegel, che “la peculiarità dell'esistenza, è l’erranza: il cammino”.
Inoltre, rifacendosi alla parabola biblica del Figliol prodigo, prosegue affermando che “non vi può essere formazione senza viaggio, senza un allontanamento dalle proprie origini, dalla propria casa”. La mia idea è che casa non significhi sempre famiglia, ma anche e soprattutto le zone di comfort a cui siamo profondamente legati, che ci auto-costruiamo, circoscritte da routine di azioni e di scelte che ci permettono di evitare comodamente possibili errori, fallimenti ed emozioni spiacevoli ad essi connesse. Quanti di noi ne hanno almeno una?
Anche James Joyce sosteneva: “Gli errori sono i portali di nuove scoperte”, e dato che il nome di questa rubrica è “Sbagliando s'impara”, frase che chi più chi meno ognuno ha sentito dire già in tenera età, sorge spontaneo un quesito: errore e fallimento hanno realmente un impatto generativo? Per rispondere, può essere utile partire dalla radice della questione, ossia riflettere sul modo in cui fin dai nostri primi anni di vita abbiamo co-costruito la percezione che ognuno di noi ha dell’errore.
Una forte influenza è data da due fattori principali: innanzitutto senza dubbio il contesto familiare, educativo e culturale in cui si è cresciuti, ma anche e soprattutto il luogo in cui siamo stati esposti alla valutazione più a lungo: l’ambiente scolastico. Enrico Galiano, scrittore e primo docente ad aver parlato sul web del mondo dell’insegnamento con ironia, in uno dei suoi libri (“L’arte di sbagliare alla grande”) pone l’attenzione sul massiccio utilizzo a livello didattico e non solo, della penna rossa nella correzione dei compiti in classe, introducendo però anche la “penna verde” per sottolineare i punti di forza, per valorizzare i ragazzi già in tenera età, allo scopo di costruire una duplice prospettiva, una visione differente con un messaggio specifico: sbagliare non è una debolezza, ognuno di noi possiede tutte le risorse per migliorarsi.
Quando ci confrontiamo con l’'insuccesso, oltre a sentire la nostra identità in pericolo, percepiamo l’ambiente circostante come una minaccia. A sostenere questa tesi è anche una ricerca neuroscientifica pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology in cui si dimostra che nonostante i leader spesso debbano prendere decisioni difficili, queste molto spesso siano influenzate dall’idea di prestigio e dall’impatto che potrebbero avere sugli altri membri del gruppo. Queste decisioni si sono rivelate differenti e più produttive una volta rimossa l’esposizione al giudizio altrui.


