Scienziati italiani che il mondo ci invidia
All’Istituto Italiano di Cultura di Londra una serie di incontri con eminenti personalità del mondo della ricerca: si comincia con Alessandro Campi
3' min read
3' min read
C’è un’Italia che va ben oltre gli stereotipi. Un’Italia che non è solo il cibo, il design, il paesaggio e le testimonianze di un’arte plurimillenaria e comunque ancora viva, unica ed affascinante. Un’Italia il cui pensiero non si è “fermato” a Benedetto Croce, come ebbe, forse brutalmente ma di certo efficacemente, a dirmi un amico qualche giorno prima che mi accingessi ad assumere la direzione dell’Istituto Italiano di Cultura di Londra. Il nostro Paese che (probabilmente) qualcuno all’estero forse non si aspetta è quello della ricerca avanzata, dell’innovazione, di un’università che funziona e sforna talenti e risultati.
I Premi Nobel degli ultimi quarant’anni - da Carlo Rubbia a Rita Levi Montalcini, a Mario Capecchi e Giorgio Parisi – rappresentano solo la punta di un iceberg sotto cui si muove un esercito di figure più giovani, talvolta anche trentenni. Cervelli non sempre in fuga, che rappresentano la prova della vitalità di un Paese, il nostro, che spesso sotto questo aspetto si conosce meglio all’estero che in casa nostra. Scienziati e intellettuali ospiti di università europee o americane. Ricercatori con un ruolo di primo piano nel loro ambito a livello internazionale. Saggisti e divulgatori brillanti.
E se può non stupire il massimo punteggio assegnato per tre anni consecutivi dal report QS World University Rankings by Subject in Classic and Ancient History alla Sapienza di Roma, l’ateneo fondato da Papa Bonifacio VIII all’alba del XIV secolo, o il vero e proprio rinascimento dell’area di Pompei, grazie al Grande Progetto cui furono destinati 105 milioni di euro tra fondi italiani ed europei, uniti alla volontà politica e all’abilità di archeologi e dirigenti pubblici come Massimo Osanna e Gabriel Zuchtriegel, sicuramente meno scontati sono i risultati conseguiti da nostri connazionali in campi come la tecnologia, la biologia, le neuroscienze e l’intelligenza artificiale.
Nasce da questi dati di fatto e da queste considerazioni “Italia. Pensiero, futuro”: un ciclo di incontri – che si tengono rigorosamente in lingua inglese - curato all’Istituto Italiano di Cultura di Londra da me e da Massimo Sebastiani, giornalista e divulgatore che con me ha condiviso un percorso professionale nella redazione dell’Agenzia Ansa. Una vera e propria collana le cui “perle” sono proprio i rappresentanti di questo movimento di idee, passione e ricerca che rendono l’Italia protagonista del pensiero e dell’innovazione. Abbiamo pensato a un incontro al mese, che si terrà nello splendido palazzetto georgiano di Belgrave Square, la powerhouse della cultura italiana in Inghilterra e nel Galles. Con una formula da talk show, in cui l’ospite ragionerà su una parola che riassuma il senso della propria ricerca, e risponderà alle domande di Sebastiani, mie e del pubblico.
All’Istituto Italiano di Cultura di Londra il primo incontro del ciclo, sostenuto per l’organizzazione da Intesa Sanpaolo e da DLA Piper, ospiterà domani, 19 marzo, Alessandro Campi, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia. Perché l’Italia è anche, e non da oggi, considerata un “laboratorio politico” spesso anticipatore di tendenze e nuovi percorsi. Campi, che dirige l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, è autore di libri come Trasformazioni della politica e Il fantasma della nazione. Sarà lui a rispondere per primo alla nostra “domanda delle cento pistole”: qual è il futuro delle democrazie liberali, a partire da quella italiana?

