Reportage

Scoprire l’Arabia Saudita senza pericoli grazie a ChatGpt

L’accuratezza delle informazioni e delle traduzioni con l’Ia consentono oggi alle donne di scoprire, da sole, ogni angolo del Paese

di Barbara Carfagna

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Una donna, europea, senza velo, senza permessi né prenotazioni, che non parla arabo, fino a pochi anni fa non avrebbe mai potuto immaginare di percorrere da sola la regione più remota dell’Arabia Saudita. Anzi, non da sola, con la voce di ChatGpt. Avere l’app è il postulato per questo viaggio. Già perché qui in pochi parlano inglese, non ho una guida e l’Intelligenza Artificiale (IA) fa da interprete simultaneista. La utilizzo, appena atterrata all’aeroporto di Abha, con l’anziano tassista. Lui sente la frase in arabo e cerca di interloquire: gli ci vuole un po’ per capire che non c’è un altro essere umano dall’altra parte dello smartphone. Cerco di spiegarglielo a gesti ma dopo qualche ora, sentendo che parla così bene, ancora ha dei dubbi. Lo capisco: stupisce ancora anche me.

Faisal è uno dei pochi sudditi del Regno a non essere stato ancora raggiunto dal programma di formazione sull’IA che procede a ritmi incalzanti. Inoltre, alla sua età, non avrebbe mai neanche immaginato di poter stare da solo, maschio, in macchina con una femmina che non fosse sua moglie. Ci avventuriamo per i tornanti che accompagnano le verdi montagne della regione di Asir. Le scimmie ci guardano dalle rocce con la stessa espressione stupita dei passanti.

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Verso villaggi fortificati

Da qui fino al confine, arroccati sulle cime, vivono i flower men: uomini che indossano corone di fiori al posto del ghutra (il velo bianco) o dello shemagh (quello a quadri bianchi e rossi). Sono guerrieri discendenti dai Qahtanis, gente di confine che segue più le leggi tribali che quelle dei due Paesi che si contaminano in queste regioni. Vivono in villaggi fortificati e non amano gli estranei, mi spiega ChatGpt, ma si stanno aprendo al turismo.

Le province di Asir e Jizan sono a pochi chilometri dallo Yemen, dalla guerra (proprio in questi giorni Israele bombarda Hodeida) ma i popoli che abitano queste montagne terrazzate e questo mare smeraldo non sentono i colpi della storia contemporanea. Montanari tosti ben lontani dai “figli dei fiori” degli anni 70; fino a vent’anni fa completamente isolati. Solo a loro è consentito coltivare e consumare khat in un Paese in cui il possesso di droga è punito con la pena di morte. Perfino la polizia saudita ha paura di entrare nelle loro case. Le ghirlande sono ornamentali oppure ‘curative’ a seconda delle erbe e delle malattie: emanare un buon profumo è parte dell’identità.

Uno dei balli messi in scena dagli uomini nelle vesti che abbiamo imparato a riconoscere

Il turismo del futuro

Questo è un viaggio nel tempo il cui approdo, nella VISION 2030 del Principe Bin Salman, è il progetto turistico della Soudah Development: popoli timidi e remoti che non hanno mai visto lo straniero devono ora affacciarsi al mondo per volere del sovrano.

Raggiungiamo il villaggio di Rijal Almaa, un gioiello ancora intatto la cui architettura riporta ai palazzi di San’a’ con le torri in pietra, argilla e legno. Risale a 900 anni fa, forse più, e basta visitare l’antica prigione con le catene appese al soffitto per percepire l’eco delle urla dei prigionieri insieme al canto del Muezzin che oggi entra dalle finestre colorate di giallo. Le donne praticano un’arte murale alla base della loro socialità: ogni colore uno stato d’animo e protezione per il villaggio.

Una ragazzina si diverte a “giocare” in una piantagione di caffè (la qualità arabica si coltiva da secoli)

Le donne e il velo

Usando la chat parlo con loro: sanno che ora potrebbero togliere il velo ma, al contrario delle giovani incontrate a Jeddah, dicono che è una loro scelta indossarlo: la vita a volto scoperto è troppo esposta. In Europa diciamo che sono gli uomini a imporglielo ma la realtà è più complessa. Per quanto OpenAI stia globalizzando memorie e lingue a una velocità a cui neanche il web ci aveva abituato, ci vuole tempo alle persone per cambiare. Le montagne Fifa, sul percorso verso il confine, sono abitate dalle tribù Khawlani, più aperte e ospitali; offrono il caffè arabico che coltivano da 300 anni e così, tra una rovina e una piantagione, arriviamo a Jizan. Di fronte al porto, sulla montagna, il Castello Al Dosariyah, del 1933 ma costruito come i nostri castelli medievali, offre la vista sulla città di confine con lo Yemen. Gente di mare. Basta guardare i volti scolpiti al mercato, con gli uomini sdraiati sui letti in piazza e le donne che mangiano e offrono cibo sulle sedie, per capire che qui ci sono più yemeniti che sauditi. Mangio la pannocchia abbrustolita con due ragazzi.

L’incontro con i locali

Nessuno mi disturba, anzi, sono tutti molto gentili, mi accompagnano, spiegano la loro vita, le ambizioni, tante; non mi lasciano mai da sola. I giovani sono ansiosi di raccontare che lavorano 12 ore nei bar, per mantenersi agli studi: «materie Stem: è di questo che ha bisogno il Paese». Un po’ come la generazione Italiana del dopoguerra sentono la responsabilità di ricostruire il Paese, dopo anni di chiusura ermetica dominati dal clero religioso. A studiare Stem sono anche le donne. Anzi, soprattutto loro. Come quella che in volo da Riyadh ad Abha mi ha chiesto di prendere il posto delll’uomo che le era capitato accanto: la vicinanza con un uomo imbarazza ancora, anche se si studiano scienze statistiche.

Anche le persone più giovani sembrano vivere in sintonia con l’ambiente, rispettando la natura e cogliendone, anche nei costumi e copricapi della tradizione, l’armonia di colori e forme, che ispirano il modo di vestire

Le speranze dei giovani

«Passiamo dal Regno del Petrolio a quello del turismo e dei dati», mi spiega un giovane ingegnere nato in Egitto che mi ha visto con il trolley in strada e mi ha offerto un passaggio in macchina. Resta con me fino alla partenza. «Progettiamo il futuro con gli agenti artificiali autonomi. Tutto sostenibile», dice, come lo direbbe uno della Bocconi. Tuttavia, per prendere la nave che ci traghetta alle porte del Regno di Saba, nell’isola di Farasan, dobbiamo passare ore di controlli militari, le donne hanno sale d’attesa separate, così come i posti a sedere sull’imbarcazione. Loro e i bambini. Gli uomini di là. Passato e futuro si rincorrono e in questo viaggio bisogna ritararsi continuamente a seconda del contesto. Farasan è un paradiso anni 40. Alberghetti familiari a poco prezzo, ristoranti semplicissimi dove si mangia con le mani coperte dai guanti di plastica il pesce cucinato in maniera gustosissima; costo dell’ottima e abbondante cena: 15 euro.

Dalle montagne al mare

Le rovine dell’Impero Ottomano sono ai lati della strada, come le case antiche, costruite con blocchi di abbondante corallo, abbandonate e ricche di fascino. L’acqua è color Maldive, lo snorkeling ricco di sorprese. Le immersioni, in burkini, richiedono una lunga preparazione: di nuovo controlli militari prima di prendere il largo con il barcaiolo per le isolette piene di uccelli esotici e mangrovie. Mentre lui prega, io faccio il bagno. Comunicando a gesti perché nel mare non c’è campo. Sono l’unica Occidentale. Sono in burkini. Ma ci sono. E anche lui c’è e i militari lo sanno. Insieme mangiamo il pollo tandoori cucinato dalla moglie marocchina. Questa è una grande piccola rivoluzione. Resterà così ancora per poco: il progetto turistico sulla regione avanza e lascerà indietro questo passato ora presente con cui addestro la chat ponendole domande complesse. Per ora c’è il gusto, unico, di vivere diverse epoche contemporaneamente e sentirsi ancora avventurieri.

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