Scudo anti spread, una rotta si può ancora trovare
Non sarà facile per la Bce trovare la rotta per varare l’annunziato strumento di contrasto alla frammentazione finanziaria
di Donato Masciandaro
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Non sarà facile per la Bce trovare la rotta per varare l’annunziato strumento di contrasto alla frammentazione finanziaria. Tuttavia alcuni punti fermi possono essere individuati, partendo dal fatto che il cosiddetto scudo anti-spread dovrà essere approvato da un consiglio in cui siedono sia falchi che colombe. Si può provare allora a mettere in fila gli argomenti in cui si può pensare che ci sia l’unanimità, per poi passare a quelli potenzialmente divisivi.
È probabile che falchi e colombe siano daccordo sulle lezioni che abbiamo imparato dal 2008 ad oggi. La prima: nel disegno della politica monetaria bisogna distinguere i tempi normali dai tempi straordinari. I tempi normali sono quelli in cui non ci sono gravi squilibri macroeconomici, i mercati funzionano in modo regolare, e lo strumento monetario può essere la manovra dei tassi di interesse.
Nel dicembre scorso la Bce ha deciso che c’erano le condizioni per tornare alla normalità; nel contempo i tempi ed i modi della normalizzazione sarebbero stati scanditi dall’evoluzione congiunturale post-pandemica. Purtroppo l’aggressione russa all’Ucraina ha fatto tornare i tempi straordinari.
La seconda lezione è che in tempi straordinari la Bce deve guardare con particolare attenzione all’andamento di tre aspetti macroeconomici: l’inflazione, la crescita economica, l'andamento dei mercati finanziari.
I primi due aspetti sono bussole anche in tempi normali, il terzo è un barometro di quanto straordinaria sia la congiuntura. Più i tempi sono straordinari, più è alta l’incertezza, più aumenta il cosidetto premio al rischio sui debiti pubblici e privati. Crescita e volatilità del premio al rischio portano alla frammentazione; le manovre sui tassi di interesse diventano pistole scariche, con effetti negativi ed imprevedibili. Basta ricordare che l’ultima volta che l’area Euro ha subito la frammentazione, l’effetto finale, se non ci fosse stato il “whatever it takes” di Draghi, sarebbe stata l’esplosione del cosidetto rischio di denominazione della valuta; più semplicemente, la fine dell’euro. La terza lezione è che, soprattutto in tempi straordinari, l’efficacia della politica monetaria dipende dalla credibilità della banca centrale che la attua, perché il meccanismo fondamentale da influenzare è quello delle aspettative di famiglie, imprese e mercati.


