Opinioni

Se la democrazia risiede nel concetto di limite

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Politica ed economia sono le due facce visibili di una stessa medaglia che, sinteticamente, definiamo “potere” e sui cui rapporti sono stati, nel tempo, versati davvero i classici fiumi d’inchiostro.

In realtà, il tema dei rapporti tra i due ambiti, oggi attualissimo, non ha una risposta certa che valga per sempre, essendo la sua analisi influenzata dalle idee – o, meglio, ideologie, - di ciascuno studioso, che sul tema si sia cimentato.

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Grosso modo, tuttavia, si oscilla tra liberalismo e statalismo, con sfaccettature diverse in entrambi i campi, alcune più manifeste (la supremazia del potere politico), altre meno sbandierate (quando a prevalere è il potere economico), in una pluralità di visioni che portano a risultati sistemicamente differenti.

Lo Stato e il mercato, comunque, sono le cornici entro cui politica ed economia si muovono, senza tuttavia mai dimenticare che, soprattutto in politica, operano protagonisti molto transeunti e con chiari limiti di durata (almeno nelle democrazie e almeno fino a ora).

Questo permette di marcare un primo, importante caposaldo in questa mia, pur breve, analisi: la previsione di limiti – valevoli per qualsiasi potere e qualsiasi carica - e, anzi, la supremazia del limite, è il baluardo della democrazia, costituendone la vera cifra distintiva. L’idea di democrazia è incompatibile con l’assenza di limiti temporali nelle cariche e con la mancata o carente affermazione di limitazioni (cioè, contrappesi e garanzie) nel quotidiano agire di chiunque.

L’alternanza al potere nel campo della politica dovrebbe essere improntata alla esaltazione delle differenti visioni della società, che dovrebbero manifestarsi proprio e massimamente nella discontinuità della politica economica.

In questo senso, peraltro, pur dovendosi sostenere che, proprio in economia, non esistono politiche sempre corrette ed efficaci (o, al contrario, sempre sbagliate), ma che ogni misura deve essere valutata nel contesto (anche storico) in cui viene presa, non si deve comunque dimenticare che un sistema di democrazia politica non è ontologicamente conciliabile con l’affermarsi di forme di eccessiva concentrazione di potere economico, a maggior ragione se trattasi di monopoli o oligopoli pubblici che, solitamente nelle mani di soggetti che non rispondono a logiche concorrenziali o di mercato, rappresentano, di fatto, propaggini del potere pubblico, con il fine prioritario, anche se non dichiarato o dichiarabile, di mantenere lo status quo.

Da quanto sopra discende l’importanza della funzione dello Stato quale regolatore (presente, ma non invadente) e quale arbitro (imparziale ma inflessibile) per assicurare il miglior andamento del mercato e per dare a chiunque la possibilità di affermare l’effettiva partecipazione all’organizzazione economica del Paese.

E ne discende anche la consapevolezza che l’osmosi tra il mondo politico e quello delle imprese è tipica di mondi dominati dall’autoritarismo e dalla prevalenza di concezioni privatistiche della “cosa” pubblica.

E’ un tema, quello della commistione tra politica ed economia, su cui val la pena continuare a riflettere, per le implicazioni che esso ha, o comunque sembra avere, in questo particolare momento, soprattutto nel Paese che, nell’immaginario collettivo, ha sempre rappresentato il luogo in cui i sogni sono realizzabili e le cui capacità democratiche sono state studiate e, da A. de Tocqueville, illustrate al mondo sin dal 1835.

Fino a qualche tempo fa, infatti, il concetto di “oligarchia” richiamava alla mente un mondo ben individuato, e credo che pochi fossero coloro i quali avrebbero scommesso sul fatto che, in un attimo e senza batter ciglio, uomini dalla ricchezza incalcolabile e la cui influenza nel mondo è di straordinaria levatura, corressero in soccorso del vincitore, influendo direttamente, peraltro, sulle fonti di informazione (da loro stessi create e controllate) nel mondo.

In merito, val la pena sottolineare che l’unico mondo nel quale lo sfacciato dominio degli oligarchi, almeno al momento, non ha fatto breccia è proprio la cara, vecchia Europa che, pur tra enormi problemi, continua a rappresentare un esempio di democrazia, anche economica, e un argine al dilagare di suprematismi e suprematisti.

Certo, è innegabile che in tanta parte di Europa vi siano persone che occupano ruoli politici pur in presenza di una loro manifesta inadeguatezza (a volte accompagnata anche da pura ridicolaggine): ma, almeno nella mia ottica, è comunque preferibile fare i conti con i professionisti del pensiero debole, piuttosto che assistere allo strapotere di pochissimi che, a prescindere da ogni altra considerazione, rappresentano un pericolo immanente per la tenuta e lo sviluppo del mercato e, per quel che ho ricordato prima, della democrazia politica ed economica.

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