Mercato dell’arte

Una sconfitta della cultura se un dipinto viene visto come un bene di lusso

Favorire gli scambi significa anche sostenere la produzione artistica

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Il grande dibattito sulla mancata applicazione nel DL Cultura dell’aliquota Iva agevolata sulle vendite di opere d’arte ha visto schierati tutti i collezionisti, gallerie d’arte e operatori del settore in una unanime lamentela.

Il Decreto Cultura (DL 201/2024), attualmente in fase di esame al Senato, non prevede alcuna misura per la riduzione dell’aliquota IVA sulla vendita di opere d’arte. Questa esclusione rappresenta un’ulteriore battuta d’arresto per il settore, considerando che la Riforma fiscale (L.111/2023) aveva posto tra i suoi obiettivi la revisione della normativa IVA, con particolare attenzione all’abbassamento dell’imposta sull’importazione di opere d’arte. Tale orientamento era in linea con quanto stabilito dalla Direttiva 2022/542/UE, che mira ad armonizzare il regime fiscale applicato alle transazioni artistiche nei paesi membri dell’Unione Europea.

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Oltre alla riduzione dell’IVA sulle importazioni, la riforma prevedeva anche l’estensione dell’aliquota ridotta, in sostituzione di quella ordinaria al 22%, alle cessioni di opere d’arte, beni di antiquariato e oggetti da collezione. Questo intervento avrebbe potuto favorire un maggiore dinamismo nel mercato italiano, rendendolo più competitivo a livello internazionale e incentivando la circolazione delle opere d’arte all’interno del Paese.

L’assenza di queste misure nel Decreto Cultura dimostra la difficoltà nel tradurre le intenzioni normative in azioni concrete, lasciando il mercato dell’arte italiano in una posizione svantaggiata rispetto a quello di altri paesi europei, dove l’IVA sulle transazioni artistiche è generalmente più bassa. Questa situazione continua a penalizzare galleristi, collezionisti e operatori del settore, ostacolando la crescita e l’internazionalizzazione del mercato dell’arte in Italia. Il mercato dell’arte, infatti, si basa molto sulla rivendita di opere (mercato secondario). Con una tassazione così alta, chi acquista un’opera in Italia sa che sarà penalizzato nel rivenderla, riducendo quindi la liquidità del mercato.

Molti collezionisti e mercanti d’arte italiani preferiscono vendere le opere fuori dal paese per evitare questa l’alta tassazione. Questo ha due conseguenze negative. In primo luogo, un minor gettito fiscale per lo Stato: invece di incassare una tassazione ridotta su un volume maggiore di vendite, il fisco italiano non incassa nulla perché le transazioni avvengono all’estero. Inoltre, per le gallerie italiane competere con mercati dove le tasse sono più basse diventa complesso, spingendo molti galleristi a trasferire la loro attività in città come Londra, Parigi o Ginevra. Un’imposta agevolata renderebbe l’Italia un mercato più competitivo rispetto ad altri paesi europei come la Francia (5,5%) o la Germania (7%), dove le aliquote IVA sulle opere d’arte sono già più basse.

In Italia le transazioni di opere d’arte sono tassate al 22% poiché l’opera d’arte è da sempre equiparata ai beni di lusso poiché bene acquistato per lo più da individui con elevato potere d’acquisto, e di conseguenza le transazioni di opere d’arte hanno l’IVA al regime ordinario.

Dietro alla scelta di non agevolare il mercato dell’arte, tuttavia, si può leggere una chiara presa di posizione di fronte alla natura stessa e a significato dell’opera d’arte: si tratta dell’ interpretazione di un artista che stimola la crescita culturale della comunità oltre che del collezionista oppure va considerato uno dei più alti ed esclusivi prodotti di lusso, che contribuisce a creare uno status sociale e che quindi va trattato alla stessa stregua di un gioiello o di uno yacht?

L’arte viene considerata un bene di lusso principalmente per la sua esclusività, il valore economico elevato, lo status che conferisce ai collezionisti e i costi di mantenimento. E le evidenze empiriche da questo punto di vista sono numerose. L’arte e il lusso sembrano condividere molte caratteristiche comuni. Come gli oggetti d’arte, molti prodotti di lusso sono noti per la loro maestria artigianale, il loro fascino sensoriale e le loro associazioni narrative (Wang 2021).

Anche dal punto di vista meramente finanziario arte e lusso spesso sono assimilati, tanto che nella gestione dei portafogli non solo dei sempre più numerosi Ultra-high-net-worth individuals (UHNWI) accanto al consulente finanziario lavora un art advisor. L’andamento dei prezzi del mercato dell’arte simile a quello del mercato del lusso è stato ampiamente studiato con diversi modelli di analisi finanziaria (Pownall, 2017). Arte e lusso inoltre condividono una simile elasticità del prezzo perché si tratta di beni il cui valore percepito è strettamente legato alla loro scarsità, esclusività e associazione con lo status sociale. L’arte, in particolare quella di artisti affermati, è caratterizzata da un’offerta fissa (ogni opera è unica), molti beni di lusso creano artificialmente scarsità attraverso edizioni limitate. Questa limitazione dell’offerta influisce sulla loro elasticità del prezzo, riducendola rispetto ai beni di consumo comuni.

Inoltre, è significativo notare quanto sta avvenendo nel mercato del lusso: Hermes, Louis Vuitton, Dolce e Gabbana, Cartier sono solo alcune delle maison che valorizzano l’artigianalità dei Métiers d’Art a tal punto che spingono ad assimilare il prodotto di lusso come una vera e propria opera d’arte. Senza considerare come all’origine del mecenatismo ci sia una significativa assimilazione dell’arte come bene di lusso, dove l’arte non era solo decorativa, ma un simbolo di status e potere politico. Il lusso non era solo materiale (oro, gioielli), ma anche immateriale, rappresentato dal possesso di opere d’arte uniche e innovative.

Tuttavia, questa visione è solo parziale: l’arte è anche un bene culturale e sociale, accessibile a diversi livelli e con un impatto che va ben oltre il mercato dell’alta gamma.

L’opera d’arte, oltre a essere un bene commerciale, è anche un bene culturale. Favorire il suo scambio non significa solo incentivare il mercato, ma anche sostenere la produzione artistica, la diffusione del pensiero e della creatività. Se uno Stato facilita la compravendita di opere d’arte, rende più semplice per i musei ampliare le proprie collezioni, per le gallerie sostenere gli artisti e per i privati investire nel patrimonio culturale del Paese.

L’arte è una delle forme più antiche di espressione umana, presente in tutte le società e culture, indipendentemente dalla classe sociale o dalla ricchezza. Pitture rupestri, canti tradizionali, murales urbani e opere collettive dimostrano che l’arte non è esclusiva delle élite, ma nasce come bisogno di comunicazione, memoria e identità.

L’arte è spesso stata strumento di attivismo politico e sociale, sfidando il concetto di bene di lusso.

E sono numerosi anche gli studi che forniscono approfondimenti teorici e prove empiriche che dimostrano come l’arte possa avere un impatto negativo sul desiderio dei consumatori per i beni di lusso legati allo status, quando l’arte viene vissuta in modo indipendente dal prodotto (Wang et al, 2022).

Sebbene il mercato dell’arte abbia spesso assimilato l’arte ai beni di lusso, essa rimane un fenomeno universale, accessibile e intrinsecamente legato alla creatività e all’identità umana. L’arte è molto più di uno status symbol: è cultura, identità, espressione, protesta e cura.

Direttore del Master in Arts Management and Administration (MAMA).

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