Strategie aziendali

Serve una cultura d’impresa più aperta e formata sul digitale

Si tratta di uno tsunami che travolge ogni settore ma anche una imperdibile opportunità di cambiamento

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Il recente monito «do something» di Mario Draghi al Parlamento europeo, l’invito cioè al fare e al fare presto non vale solo per l’Europa delle istituzioni, ma va preso molto sul serio anche dalle imprese europee.

È il caso della trasformazione digitale: uno tsunami che travolge ogni settore ma anche una imperdibile opportunità di cambiamento per le imprese. Anzi a ben vedere, la trasformazione digitale è condizione necessaria per sopravvivere rimanendo concorrenziali sul mercato, per guadagnare autonomia strategica e accorciare la distanza competitiva rispetto a sistemi imprenditoriali che beneficiano fuori dall’Europa di un dinamismo più acceso sul digitale.

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L’Europa delle istituzioni non ha dubbi sugli obiettivi e per perseguirli ha deciso di spingere la transizione sia attraverso una nuova cornice normativa sia attraverso qualche prima iniziativa di politica industriale. Molti criticano la cornice regolatoria europea sul digitale, quasi tutti ne chiedono la semplificazione, ma in pochi ricordano che questa si articola in un insieme di regole abilitanti (il Data Governance Act, il Data Act, l’AI Act, Eidas2, il nuovo pacchetto sulla cybersicurezza), che offrono da subito alle imprese nuove possibilità di accesso, monetizzazione e sfruttamento dei dati, a servizio della strategia aziendale e per usi commerciali.

Nell’attesa che il quadro regolatorio venga recepito e si faccia meno farraginoso e complessivamente più friendly, a livello di impresa si tratta di innescare il cambiamento attraverso una leadership strategica capace di cogliere appieno le opportunità della trasformazione e innovazione data-driven. Perché chi si ferma è perduto e senza una strategia sul digitale non c’è strategia aziendale.

L’impulso al cambiamento non può che avvenire dal vertice aziendale. Investiti della missione di promuovere e governare la discontinuità sono il top management e gli organi di governo societario, cui spetta il compito di richiedere e favorire un cambio di paradigma ad ogni livello dell’organizzazione, facendo del dato, raccolto, condiviso e valorizzato, il fattore di produzione ad alto valore aggiunto abilitante della trasformazione del business.

A tal fine, è da valutare, sulla base delle priorità perseguite, la cooptazione di un consigliere di amministrazione dotato di visione d’insieme ed esperienza manageriale nel governare processi di trasformazione digitale ed innovazione data-driven, come è da valutare l’individuazione di un membro dell’organo di controllo interno che sappia intercettare gli eventuali rischi di disruption connessi. Ad oggi - se si guarda alla composizione dei board -poco più del 10% dei consiglieri delle circa 200 società quotate in Borsa ha chiare competenze digitali.

Per consentire agli organi di governo societario di indirizzare responsabilmente le decisioni strategiche va sondata l’opportunità di creare Comitati ad hoc in tema di trasformazione digitale o, in caso di approccio graduale, di allargare il perimetro e il mandato di quelli esistenti deputati alla valutazione degli investimenti a supporto delle strategie aziendali. Quale che sia la soluzione preferita, il Comitato deve essere l’organo deputato a tradurre le esigenze trasformative interne in piani finanziari, assetti organizzativi e soluzioni tecnologiche adeguate, assumendosi la responsabilità dell’impulso al rinnovamento e all’indirizzo da promuovere in concreto.

Per garantire alle imprese di assumere decisioni informate, anche sul fronte delle responsabilità e dei rischi, si tratterà di promuovere con cadenze programmate sessioni di induction per gli organi di corporate governance e di offrire programmi di formazione aziendale continua e ad ogni livello anche rispetto all’uso responsabile delle nuove tecnologie in modo da poter esercitare al meglio la business judgment rule anche nel vasto ambito della trasformazione digitale dell’impresa. Secondo l’Istat solo il 19% delle imprese italiane con più di 10 addetti fa formazione digitale mentre nella media UE questo dato supera di poco un comunque modestissimo 22%.

Quello in formazione e in una cultura aziendale più imprenditiva e aperta al digitale è il primo ed imprescindibile investimento che, coinvolgendo l’intera organizzazione, deve porsi l’obiettivo di riqualificare le risorse interne e di identificare nuove figure professionali, anche per rispondere agli obblighi di alfabetizzazione digitale richiesti dal quadro regolatorio.

Jean Monnet Professor in Digital Transformation and Ai Policy, Università Europea di Roma)

Direttore generale di Assonime

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