Sicilia senza il Ponte sullo Stretto, ecco i costi
Lo studio
di Nino Amadore
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Il Ponte sullo Stretto o collegamento stabile tra Sicilia e Calabria che dir si voglia non si farà. Non ora e non con i fondi del Recovery Plan. Così sembra, a meno di sorprese dell’ultimo momento. Enrico Giovannini, ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili nel governo guidato da Mario Draghi, è stato abbastanza chiaro e sul tema si è spinto solo su un impegno: riferire in Parlamento quando avrà chiuso i lavori la commissione incaricata di approfondire il tema. Secondo alcune indiscrezioni la commissione avrebbe già completato i lavori e quindi il tema potrebbe approdare in aula quanto prima.
Detto questo sembra quasi scontato che (per il momento) la Sicilia sia destinata a mantenere la sua condizione di insularità senza alcun collegamento stabile con la Penisola. Ora, al di là del dibattito sull’opera in sé, c’è un aspetto non secondario in questa vicenda che riguarda i costi sostenuti da un territorio con quasi cinque milioni di abitanti non addebitabili direttamente alla mancanza del Ponte ma in buona parte figli della condizione dell’isola.
Lo studio sui costi
E se fino a qualche tempo fa questo costo era teorico e buono solo per qualche dibattito pubblico. Ora quel costo è stato calcolato e dà la misura di quale sia lo svantaggio per imprese e cittadini siciliani. C’è un documento che fissa i costi dell’insularità che ammontano a 6,54 miliardi l’anno pari al 7,4% del Pil regionale. Il documento si intitola appunto “Stima dei costi dell’insularità della Sicilia” voluto dall’assessore all’Economia Gaetano Armao ed è stato curato dagli uffici della Regione siciliana con il supporto dell’istituto di ricerca Prometeia. Emerge, per esempio che «il gap della Sicilia in termini di maggiori costi di trasporto è particolarmente evidente, in quanto rappresenta la regione italiana con il costo medio più alto» sia in Italia che rispetto all’Europa a 28.
La stima dei costi è stata fatta dal’Istituto Bruno Leoni che ha applicato al caso siciliano un modello econometrico già sperimentato per la Sardegna, tenendo conto di alcune variabili. La prima di queste variabili è la distanza dalla Penisola sulla base di una stima di 11,6 euro di perdita di Pil pro capite per chilometro di distanza: «Moltiplicando la perdita del Pil pro capite per la media delle distanze di Palermo-Reggio Calabria e Catania-Reggio Calabria (pari a 183 chilometri) – si legge nello studio – si ottiene una perdita del Pil pro capite pari a 2.123 euro. In termini di Pil complessivo si ottiene un valore pari a 10,6 miliardi pari all’11,9% del Pil».
La perdita del Pil
Un altro criterio utilizzato dai ricercatori dell’Istituto Bruno Leoni è il cosiddetto «modello variante» che comprende due nuove variabili che servono a completare il quadro relativo all’accessibilità e alle competenze di un territorio: porti e tasso di istruzione terziaria. Per la Sicilia il modello variante ottiene una perdita del Pil pro capite pari a 1.308 euro, (calcolata sempre dalla stima della perdita di Pil pro capite per chilometro di distanza, ovvero 7,15 moltiplicata per la media delle distanze di Palermo-Reggio Calabria e Catania-Reggio Calabria pari a 183 chilometri). Il costo dell’insularità per la Sicilia si colloca nella forbice tra 600-1.990 euro pro capite.In termini di Pil complessivo è possibile stimare il costo annuale dell’insularità per la Sicilia in circa 6,5 miliardi pari al 7,4 per cento del Pil»

