Analisi

Siria, la fine del regime degli Assad dopo 54 anni e l’incertezza

La partenza di Bashar al-Assad pone fine al regime della famiglia Assad in Siria. Senza un successore chiaro getta il paese in una fase di incertezza

di Riccardo Barlaam

Un profugo siriano a Belgrado strappa un ritratto del presidente  Bashar al-Assad dopo la caduta del regime a Damasco

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Il timore degli americani e dei Paesi arabi filo occidentali è che la Siria finita in mano ai ribelli filo turchi possa diventare un rifugio del terrorismo islamista. In queste ore così convulse è difficile dire come andrà a finire. Uno scenario possibile è quello di una frammentazione, in stile Libia. Anche se va rilevato che il leader di HTS, Hayat Tahrir al-Sham, l’Organizzazione per la liberazione del Levante, che ha preso il potere a Damasco, Abu Mohammad al-Jawlani, 42 anni, sembra aver smesso i panni del jihadista contro l’Occidente. Nelle prime dichiarazioni si propone come leader di un movimento che lottava per l’indipendenza e la libertà contro la dinastia degli Assad che da quasi 54 anni deteneva il potere in Siria. Un leader che appare dialogante, che assicura la convivenza con le altre religioni. Di sicuro più moderato di un tempo. Tolti gli abiti e la barba lunga di al-Qaeda, al-Jawlani ora parla di inclusione di un movimento che, assicura nelle prime dichiarazioni, forse per rassicurare le cancellerie occidentali, non sgozzerà i cristiani ma cercherà di instaurare un potere che rappresenti tutte le varie anime del Paese. Più facile a dirsi che a farsi.

La cartina della Siria, il giorno dopo la caduta di Assad, sembra un puzzle colorato: è dominata in gran parte dall’area in mano ai ribelli HTS, un pezzetto sulla costa è in mano ancora alle truppe siriane; con una grande regione a Nord Est controllata invece dal movimento SDF, Syrian Democratic Forces, le milizie curde filo irachene. Certo è che la caduta del governo del presidente siriano Bashar al-Assad ha portato a una conclusione drammatica la sua lotta durata quasi 14 anni per mantenere il potere, mentre il Paese si frammentava in questi anni in una brutale guerra civile diventata un campo di battaglia per procura per le potenze regionali e internazionali.

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Bashar al-Assad divenne a sorpresa presidente della Siria nel 2000, alla morte del padre Hafez. Aveva appena 34 anni. Aveva studiato come medico oculista a Londra. Carattere gentile, istruito in Occidente, un nerd appassionato di computer. In molti speravano in lui come un giovane riformatore dopo tre decenni di duro regime.

Bashar era salito al potere per uno scherzo del destino. Suo padre aveva coltivato il fratello maggiore di Bashar, Basil, come suo successore. Ma nel 1994 Basil morì in un incidente d’auto a Damasco. Bashar fu riportato a casa dal suo studio di oftalmologia a Londra, sottoposto a addestramento militare e promosso al grado di colonnello per stabilire le sue credenziali in modo che un giorno avrebbe potuto governare. Quando Hafez Assad morì nel 2000, il Parlamento siriano abbassò subito il requisito di età per essere eletto presidente da 40 a 34 anni. La nomina di Bashar fu suggellata da un referendum nazionale, di cui era l’unico candidato.

Appena diventato presidente Bashar sposò Asma Akhras, la giovane e bella fidanzata siriana figlia di un cardiologo e di una funzionaria diplomatica conosciuta negli anni degli studi a Londra. La giovane coppia, che alla fine ebbe tre figli – lei ora, malata da tempo di leucemia, è riparata a Mosca con i tre figli – in quegli anni sembrava rifuggire le trappole del potere: avevano deciso di vivere in un appartamento nel quartiere di lusso di Abu Rummaneh a Damasco, anziché in una sontuosa villa come altri leader arabi.

Nei primi anni, dopo essere entrato in carica, Assad liberò i prigionieri politici e permise un dibattito più aperto nella società siriana. Nella cosiddetta«Primavera di Damasco», emersero salotti per intellettuali dove i siriani potevano discutere di arte, cultura e politica a un livello impossibile sotto suo padre. Ma nel 2001 dopo che mille intellettuali firmarono una petizione pubblica che chiedeva una democrazia multipartitica e maggiori libertà e altri tentarono di formare un partito politico, i salotti furono spenti dalla temuta polizia segreta siriana che incarcerò decine di attivisti.

Invece di un’apertura politica, Assad diede vita alle riforme economiche. Fece entrare le banche straniere, spalancò le porte alle importazioni e diede potere al settore privato. Damasco e altre città a lungo impantanate nella monotonia videro fiorire centri commerciali, nuovi ristoranti e beni di consumo. Il turismo aumentò.

All’estero, si attenne alla linea stabilita dal padre, basata sull’alleanza con l’Iran, e su una politica che mirava al pieno ritorno del controllo delle alture del Golan annesse da Israele, sebbene in pratica Assad non si scontrò mai militarmente con Israele.

Il padre Hafez, un militare per tutta la vita, governò il Paese per quasi 30 anni con il pugno duro. Istituì un’economia centralizzata in stile sovietico e tenne una mano così soffocante sul dissenso e gli oppositori interni tanto che i cittadini siriani temevano persino di scherzare sulla politica con i loro amici al bar. Hafez perseguì un’ideologia laica che cercava di seppellire le differenze settarie sotto un nazionalismo arabo e l’immagine di una resistenza eroica a Israele. Formò un’alleanza con la leadership clericale sciita in Iran. Sigillò il dominio siriano sul Libano e creò una fitta rete di gruppi militanti, palestinesi e libanesi.

Inizialmente Bashar sembrava completamente diverso dal padre. Ma quando nel marzo 2011 si è trovato di fronte alle proteste contro il suo governo, tornò alle tattiche brutali del padre. Nel tentativo di schiacciare le rivolte, che nel frattempo si erano trasformate in una vera e propria guerra civile, scatenò il suo esercito, con il supporto degli alleati Iran e Russia, per colpire le città controllate dall’opposizione e reprimere le rivolte popolari.

In quegli anni, gruppi internazionali per i diritti umani denunciano un uso diffuso di torture ed esecuzioni arbitrarie, senza processo, nei famigerati centri di detenzione gestiti dal governo siriano. Il risultato della repressione di Assad: la guerra siriana ha ucciso quasi mezzo milione di persone e sfollato metà della popolazione prebellica del Paese, che era di 23 milioni. Milioni di profughi siriani sono fuggiti oltre i confini in Giordania, Turchia, Iraq e Libano e poi in Europa.

Fino a poco tempo fa, sembrava che Assad fosse saldo al potere. La lunga guerra civile congelata dall’esercito siriano che pareva aver ripreso il controllo della maggior parte del territorio siriano, con il nord-ovest rimasto sotto il controllo dei gruppi di opposizione filo turchi e il nord-est sotto il controllo curdo. Mentre Damasco rimaneva sotto le paralizzanti sanzioni occidentali, i Paesi vicini avevano iniziato a rassegnarsi al potere di Assad. La Lega Araba ha reintegrato la Siria tra i Paesi membri l’anno scorso e l’Arabia Saudita ha annunciato a maggio la nomina del suo primo ambasciatore in Siria dopo aver reciso i legami con Damasco 12 anni prima. Ora la sua partenza da Damasco pone fine al regime della famiglia Assad in Siria, durato poco meno di 54 anni. Senza un successore chiaro, getta il paese in un’ulteriore incertezza. Un finale imprevisto.

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