Siria, la fine del regime degli Assad dopo 54 anni e l’incertezza
La partenza di Bashar al-Assad pone fine al regime della famiglia Assad in Siria. Senza un successore chiaro getta il paese in una fase di incertezza
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Il timore degli americani e dei Paesi arabi filo occidentali è che la Siria finita in mano ai ribelli filo turchi possa diventare un rifugio del terrorismo islamista. In queste ore così convulse è difficile dire come andrà a finire. Uno scenario possibile è quello di una frammentazione, in stile Libia. Anche se va rilevato che il leader di HTS, Hayat Tahrir al-Sham, l’Organizzazione per la liberazione del Levante, che ha preso il potere a Damasco, Abu Mohammad al-Jawlani, 42 anni, sembra aver smesso i panni del jihadista contro l’Occidente. Nelle prime dichiarazioni si propone come leader di un movimento che lottava per l’indipendenza e la libertà contro la dinastia degli Assad che da quasi 54 anni deteneva il potere in Siria. Un leader che appare dialogante, che assicura la convivenza con le altre religioni. Di sicuro più moderato di un tempo. Tolti gli abiti e la barba lunga di al-Qaeda, al-Jawlani ora parla di inclusione di un movimento che, assicura nelle prime dichiarazioni, forse per rassicurare le cancellerie occidentali, non sgozzerà i cristiani ma cercherà di instaurare un potere che rappresenti tutte le varie anime del Paese. Più facile a dirsi che a farsi.
La cartina della Siria, il giorno dopo la caduta di Assad, sembra un puzzle colorato: è dominata in gran parte dall’area in mano ai ribelli HTS, un pezzetto sulla costa è in mano ancora alle truppe siriane; con una grande regione a Nord Est controllata invece dal movimento SDF, Syrian Democratic Forces, le milizie curde filo irachene. Certo è che la caduta del governo del presidente siriano Bashar al-Assad ha portato a una conclusione drammatica la sua lotta durata quasi 14 anni per mantenere il potere, mentre il Paese si frammentava in questi anni in una brutale guerra civile diventata un campo di battaglia per procura per le potenze regionali e internazionali.
Bashar al-Assad divenne a sorpresa presidente della Siria nel 2000, alla morte del padre Hafez. Aveva appena 34 anni. Aveva studiato come medico oculista a Londra. Carattere gentile, istruito in Occidente, un nerd appassionato di computer. In molti speravano in lui come un giovane riformatore dopo tre decenni di duro regime.
Bashar era salito al potere per uno scherzo del destino. Suo padre aveva coltivato il fratello maggiore di Bashar, Basil, come suo successore. Ma nel 1994 Basil morì in un incidente d’auto a Damasco. Bashar fu riportato a casa dal suo studio di oftalmologia a Londra, sottoposto a addestramento militare e promosso al grado di colonnello per stabilire le sue credenziali in modo che un giorno avrebbe potuto governare. Quando Hafez Assad morì nel 2000, il Parlamento siriano abbassò subito il requisito di età per essere eletto presidente da 40 a 34 anni. La nomina di Bashar fu suggellata da un referendum nazionale, di cui era l’unico candidato.
Appena diventato presidente Bashar sposò Asma Akhras, la giovane e bella fidanzata siriana figlia di un cardiologo e di una funzionaria diplomatica conosciuta negli anni degli studi a Londra. La giovane coppia, che alla fine ebbe tre figli – lei ora, malata da tempo di leucemia, è riparata a Mosca con i tre figli – in quegli anni sembrava rifuggire le trappole del potere: avevano deciso di vivere in un appartamento nel quartiere di lusso di Abu Rummaneh a Damasco, anziché in una sontuosa villa come altri leader arabi.


