Smart working: la reazione peggiore è tornare alle vecchie abitudini
Per Cesare Avenia, presidente di Confindustria digitale, la resistenza al cambiamento è il vero nemico, insieme alla mancanza di competenze. “Abbiamo bisogno di andare verso sistemi flessibili, interconnessi, capaci di mettere in contatto diverse persone da diversi luoghi”
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«La reazione peggiore che si possa avere è tornare tutti quanti in ufficio e riprendere le vecchie abitudini, magari rimanendo incolonnati per ore nel traffico cittadino».
Cesare Avenia è il presidente di Confindustria digitale e dal suo osservatorio fa un balzo di disappunto quando sente sindaci, come quello di Milano, Giuseppe Sala, invocare il ritorno negli uffici.
Presidente Avenia perché non è d'accordo?
Il problema dell'Italia è legato anzitutto alla crescita che già prima del coronavirus era prossima allo zero. È una questione di produttività, di competitività e di riforme strutturali da completare. Pensare di tornare alla normalità significa ignorare la realtà del prima e sottovalutare la lezione che la pandemia ci ha impartito.
Lei pensa che tutto il lavoro da remoto di questi ultimi mesi sia stato smart working?
Non tutti coloro che hanno lavorato da casa durante il lockdown hanno fatto smart working. Lo smart working ha riguardato non più del 30% delle imprese italiane, quelle che erano già organizzate per avvantaggiarsi delle potenzialità delle tecnologie digitali.
Allora che cos'è lo smart working?
Lo smart working non è il lavoro da remoto, ma un cambio di paradigma che modifica la relazione tra gli elementi che compongono la concezione del lavoro, ovvero il lavoratore, il luogo di lavoro, il merito, la produttività, la tecnologia, la formazione, la cultura manageriale. È però vero anche che è stato fatto un test di massa che ha aperto una finestra su scenari radicalmente nuovi sui modi di lavorare, di vivere e di beneficiare delle nuove tecnologie, che non può essere più richiusa.


