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Sono partiti i lavori per la messa in sicurezza del Po

Argini del Po

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Neppure la più grande iniziativa per la biodiversità finanziata dal Pnrr, ovvero la rinaturazione del bacino del Po, riuscirà a mettere in sicurezza le terre lungo il Grande Fiume. I 357 milioni di euro stanziati dal Piano Next generation EU basteranno sì e no per cantierare una trentina dei 56 progetti da attuare per favorire la biodiversità e la sicurezza di chi vive vicino al fiume tra Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto. «Sono attualmente in corso i primi cinque progetti con i quali raggiungiamo il primo target previsto dal Pnrr e a fine dicembre la cabina di regia ha discusso la seconda tranche di interventi, ma è evidente a tutti che le risorse non bastano», spiega Alessandro Bratti, segretario generale dell’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po, l’ente pubblico non economico vigilato dal Mase che da dieci anni ha il compito di pianificare risorse e interventi del bacino idrografico che si stende dalla Valle d’Aosta alle Marche, abbracciando 87mila mq di territorio di nove regioni (inclusi pezzi francesi e svizzeri), dove vive un terzo della popolazione italiana e si concentra la metà dell’economia del Paese.

L’allarme scattato per le alluvioni che negli ultimi due anni hanno martoriato la Pianura Padana fino alla costa romagnola sembra aver già perso il mordente: ci sono i progetti, non i fondi. Mentre cresce il malcontento tra le comunità locali per un piano di rinaturazione di cui si è parlato fin qui troppo poco e osteggiato tanto dagli agricoltori lungo il fiume preoccupati per le perdite economiche quanto dagli ambientalisti allarmati perché cambi repentini di habitat danneggiano flora e fauna.

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«Il fabbisogno teorico per mettere in sicurezza tutto il bacino del Po è stato calcolato in 12 miliardi di euro – precisa Bratti – ma il punto è che neppure i 56 interventi previsti con le disponibilità del Pnrr saranno attuabili. Abbiamo però deciso di progettarli tutti, anche se solo 32-33 saranno realizzati da qui al dicembre 2026, cosicché dovessero sbucare nuovi fondi ci sono già i progetti pronti da cantierare». L’ultima legge di stabilità non ha stanziato un euro aggiuntivo per la sicurezza idraulica e si attende ora di capire quante risorse saranno sbloccate, e in che tempi, dei 4,7 miliardi di euro per il “Piano speciale della Romagna”, che riguarda affluenti primari e reticolo secondario nell’area alluvionata e che, in linea con la Restoration low europea - il 15% dei fiumi dovrà essere a corrente libera in Europa entro il 2050 - mira a ridare spazio ai fiumi togliendo barriere e pannelli. La nomina arrivata in extremis il 31 dicembre scorso di Fabrizio Curcio, già capo della Protezione civile nazionale, come successore del generale Figliuolo nel delicato incarico di commissario per l’alluvione fa ben sperare.

«I 21 corsi d’acqua esondati in Emilia-Romagna hanno alvei dritti e stretti per i pesanti interventi di canalizzazione del passato. Paradossalmente – spiega Bratti - i sistemi di difesa idraulica realizzati negli ultimi cent’anni hanno aumentato il rischio idrogeologico: per chi vive a ridosso dei fiumi è più pericolosa l’acqua che esonda violenta da argini artificiali che un fiume in piena lasciato scorrere naturalmente». E in effetti al Mase giace anche un altro piano presentato già nel 2023 dall’Autorità di bacino interregionale, del valore di 550 milioni di euro, frutto di un lungo lavoro di monitoraggio con enti locali e Aipo, per interventi idraulici su oltre 600 km di argini del Po al fine di metterli in sicurezza, concentrati prevalentemente nel Delta romagnolo, dove il 50% delle arginature è considerato pericoloso.

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