Automotive

Stellantis taglia le stime per il 2024: il titolo crolla a Piazza Affari

Eccesso di scorte in Nord America, in vista netto calo della redditività e del flusso di cassa. In Borsa -14,7%, la caduta trascina Milano e Parigi

di Alberto Annicchiarico

Il ceo di Stellantis, Carlos Tavares

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Lunedì nero per l’auto, alle prese con una flessione della domanda e costi in pressing. Stellantis ha rivisto le stime dei risultati del 2024, una decisione dovuta «ai problemi di performance in Nord America e al deterioramento nelle dinamiche globali del settore». Le azioni sono crollate (-14,7%), trascinando al ribasso il settore (Stoxx Europe Auto & Parts -4,04%) il listino milanese, il Ftse Mib (-1,72%), e parigino (-2%), ma anche Ford e Gm dall’altra parte dell’Atlantico. Male anche Renault (-5,57%) dopo le ipotesi di aggregazione proprio con Stellantis.

Il margine del risultato operativo adjusted del gruppo dei 14 marchi (15 con i cinesi di Leapmotor in jv) è atteso ora tra il 5,5% ed il 7% per l’intero 2024, in calo rispetto al precedente «double digit», 10% nella prima metà dell’anno. Segnale preoccupante: il free cash flow industriale è previsto tra -5 miliardi e -10 miliardi di euro rispetto al precedente «positive». A febbraio, facendo il punto sui risultati del 2023, l’azienda aveva parlato di «situazione patrimoniale solida, con una liquidità industriale disponibile di 61,1 miliardi di euro».

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Il titolo, tornato indietro di oltre due anni, vale 12,4 euro (-41,3% da inizio d’anno, peggior performance tra i produttori europei) mentre la capitalizzazione è scesa sotto i 40 miliardi (37,5). Soltanto a marzo, dopo i dati del primo trimestre, Stellantis valeva quasi 80 miliardi ed era salita al terzo posto globale, alle spalle di Tesla e Toyota. Oggi è diciassettesima dietro l’indiana Mahindra & Mahindra.

In difficoltà anche il brand del lusso Aston Martin, che ha tagliato le stime ed è crollato alla Borsa di Londra, -24,5%. Tra le cause i ritardi delle consegne dai fornitori e la debolezza macroeconomica in Cina.

I maggiori problemi dalle scorte in America

Tornando a Stellantis, la riduzione del margine del risultato operativo rettificato atteso è correlato per circa due terzi alle azioni correttive in Nord America (tradizionale cash cow del gruppo, mercato che nel primo semestre valeva il 45% dei ricavi e il 51% dell’utile operativo adjusted) ma anche all’attesa di vendite inferiori nel secondo semestre in diverse aree. «Il gruppo - spiega la nota - ha accelerato il piano di normalizzazione dei livelli di stock negli Stati Uniti con l’obiettivo di non più di 330.000 unità in giacenza presso la rete entro la fine del 2024 rispetto al precedente termine del primo trimestre 2025. Le azioni includono una riduzione delle consegne alla rete di più di 200.000 veicoli nel secondo semestre del 2024 (un incremento rispetto alla riduzione di 100.000 riflessa nella precedente guidance) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, un aumento degli incentivi sui modelli del 2024 e degli anni precedenti e iniziative di incremento della produttività che contemplano aggiustamenti sia sui costi che sulla capacità produttiva. Il deterioramento nelle condizioni globali del settore si traduce in una previsione di mercato per il 2024 a un livello inferiore rispetto all’inizio dell’anno mentre le dinamiche competitive si sono intensificate per effetto sia della maggiore offerta sia dell’accresciuta concorrenza cinese».

Le fibrillazioni sul cambio al vertice

Ma più che la concorrenza cinese, inesistente negli Stati Uniti e ancora agli albori in Europa - mentre il gruppo guidato dal ceo Carlos Tavares è di fatto assente in Cina - è proprio la domanda sul mercato nordamericano la causa numero uno del crollo. Centinaia di migliaia di veicoli a fine ciclo e caratterizzati da bassa domanda e prezzi ritenuti troppo elevati dai consumatori, tra i quali Ram 1500 Classic, Chrysler 300, Jeep Compass, Dodge Challenger. Nell’offensiva di 20 nuovi modelli per il 2024 era stato annunciato, tra quelli già in produzione, proprio il nuovo Ram 1500. Il 21 agosto, un mese dopo avere presentato i conti di metà anno, con il dimezzamento dell’utile, Tavares è volato a Detroit per una visita di tre giorni. Obiettivo, sviluppare una nuova strategia e rassicurare concessionari, dipendenti (ma in agosto sono stati annunciati 2.450 licenziamenti a Warren, Michigan) e investitori. Una settimana fa sono diventate più pressanti le voci di un avvicendamento al vertice anche se il gruppo ha parlato di una regolare pianificazione per la successione, visto che il mandato del ceo scade ad inizio 2026. Intanto il consiglio di amministrazione si riunirà il 9 e il 10 ottobre negli Stati Uniti per valutare le scelte più immediate.

Che cosa può succedere adesso

Secondo i broker italiani Equita e Akros le nuove stime mettono a rischio i programmi di dividendo e di riacquisto di azioni della casa automobilistica. Il profit warning «conferma quanto sia difficile la situazione dell’azienda. L’entità del colpo ai margini supera di gran lunga le nostre già ridotte aspettative», hanno commentato gli analisti di Bernstein, secondo i quali l’entità della correzione implica un secondo semestre molto debole. La nuova guidance, è la conclusione, implica un calo dell’utile operativo rettificato a 10,4 miliardi di euro, il 37% in meno rispetto alle previsioni di VisibleAlpha, con un margine implicito del 2,4% rispetto al 9,5% previsto dal consenso. Il gruppo, tuttavia, ha dichiarato che continuerà «ad espandere i propri differenziatori competitivi ed è convinto che le azioni di recupero poste in essere si tradurranno in performance operative e finanziarie più robuste nel 2025 e oltre».

Stellantis è l’ultimo costruttore automobilistico in ordine di tempo a correggere al ribasso le aspettative, dopo che il Gruppo Volkswagen ha tagliato a sorpresa le sue venerdì sera, preceduta nelle settimane precedenti (qui c’entra davvero la concorrenza cinese, in Cina) da Mercedes-Benz (oggi -2,44%) e Bmw (-2,42).

Colossi in crisi: il precedente Volkswagen

Il più grande costruttore di automobili in Europa (oggi -4,29% a Francoforte), secondo nel mondo per volumi alla giapponese Toyota, ha comunicato venerdì scorso di prevedere nel 2024 consegne a 9 milioni di veicoli contro i 9,24 del 2023. La precedente stima parlava di un incremento «fino al 3%». Il gruppo di Wolfsburg, inoltre, stima un fatturato di gruppo di circa 320 miliardi di euro, in calo dello 0,7% sui 322,3 miliardi del 2023. La stima precedente era di un aumento fino al 5%. In termini di risultato operativo, l’azienda punta a «raggiungere una cifra intorno ai 18 miliardi di euro (4,6 in meno rispetto al 203, ndr), con un margine pari al 5,6%», inferiore alla stima di Lseg pari al 6,5%; in luglio era stato abbassato tra il 6,5% e il 7% dal 7-7,5%.

La crisi Volkswagen si è palesata dopo il risultati finanziari del primo semestre, quando è apparso evidente che il piano di riduzione dei costi da 10 miliardi, da implementare entro il 2026 per rilanciare la redditività del marchio che dà il nome al gruppo, non era sufficiente e, secondo il management, servivano altri 5 miliardi. Non è stato più un segreto che l’azienda mirasse a incidere pesantemente sul costo del lavoro, anche chiudendo uno o più impianti in Germania. Un fatto mai successo in 87 anni di storia.

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