Media

Stretta anti-pezzotto: multe e carcere per chi non denuncia la pirateria dei contenuti tv

Una nuova stretta contro la pirateria dei contenuti tv prevede multe e carcere per chi non denuncia l’accesso illegale ai canali a pagamento. Le misure includono anche il coinvolgimento delle grandi piattaforme di ricerca e servizi internet

4' min read

4' min read

È finito anche nella Treccani. Il vocabolario della lingua italiana registra ora come neologismo la parola, di origini napoletane, che indica un particolare decoder utilizzato per accedere illegalmente ai contenuti dei canali tv italiani ed esteri a pagamento. Diminutivo di “pezzo” nato nel dialetto napoletano, passato a indicare la zeppa usata in falegnameria e la toppa in sartoria, per poi diventare un sinonimo di oggetto contraffatto.

Gli emendamenti

Un fenomeno montante, contro cui ora scatta una nuova stretta, frutto di due emendamenti riformulati da Fratelli d’Italia e Forza Italia, all’interno del Decreto Omnibus, contro la pirateria e a tutela del diritto d’autore. E si arriva al carcere fino a un anno per i rappresentanti delle aziende che non segnalano traffico illecito sulle proprie reti o servizi.

Loading...

Tolleranza zero, dunque, per una azione che dà ad Agcom la facoltà di ordinare «ai prestatori di servizi, compresi i prestatori di accesso alla rete e i fornitori di servizi di VPN e quelli di DNS pubblicamente disponibili ovunque residenti ed ovunque localizzati, di disabilitare l’accesso a contenuti diffusi abusivamente mediante il blocco della risoluzione DNS dei nomi di dominio e il blocco dell’instradamento del traffico di rete verso gli indirizzi IP univocamente prevalentemente destinati ad attività illecite».

Il coinvolgimento delle piattaforme

La grande novità in questo come dell’altro emendamento consiste nel coinvolgimento delle grandi piattaforme dei motori di ricerca e dei servizi internet che collegano un nome mnemonico a un indirizzo IP. Una volta stabilito il reato, lo stop arriva «entro il medesimo termine massimo di 30 minuti dalla notificazione del provvedimento di disabilitazione».

L’altro emendamento fa espresso riferimento ai «prestatori di servizi di accesso alla rete, i soggetti gestori di motori di ricerca e i fornitori di servizi della società dell’informazione, inclusi i fornitori e gli intermediari di Vpn, gli operatori di content delivery network, i fornitori di servizi di sicurezza internet e di DNS distribuiti, che si pongono tra i visitatori di un sito, e gli hosting provider che agiscono come reverse proxy server per siti web». Tutti soggetti chiamati a un ruolo attivo e a «designare e notificare all’Autorità un punto di contatto che consenta loro di comunicare direttamente, via elettronica, con l’Autorità».

Sanzioni fino a 5mila euro per gli utilizzatori

L’iniziativa mette in evidenza una volontà di cambiare passo che si lega anche al protocollo firmato tra Agcom, Guardia di Finanza e la Procura della Repubblica di Roma. Il protocollo prevede anche la messa a disposizione dei dati degli utenti coinvolti all’autorità giudiziaria, consentendo di generare sanzioni che possono variare da 150 a 5mila euro.

Il nodo responsabilità penale

Gli emendamenti al Dl Omnibus sono stati anche accompagnati da prese di posizione critiche degli operatori. In particolare l’introduzione dell’obbligo di notifica del fatto illecito alla polizia giudiziaria per gli operatori delle telecomunicazioni e degli altri fornitori di servizi, che prefigura una responsabilità di natura penale, secondo Asstel non aiuta a contrastare la pirateria digitale. «L’approccio di “sistema” e collaborativo attuato fino ad oggi, che ha consentito di dotare l’Italia di un importante strumento di legalità nell’ambiente online» non deve «essere ostacolato dall’attribuzione agli operatori di responsabilità di natura penale che non sono coerenti con la natura di fornitori di servizi di accesso alla rete e con i principi generali dell’ordinamento delle comunicazioni stabiliti a livello comunitario» riporta una nota.

I timori delle telco

In sostanza le telco vedono, nella previsione della sanzione penale, un rischio specifico: vale a dire che un qualsiasi procuratore accusi una telco di non aver vigilato sul fatto che un proprio cliente ha avuto accesso a una partita in streaming. Ora, se il cliente si è collegato a un server che usa il protocollo https, il contenuto è cifrato e le compagnie considerano di non avere modo di sapere di che cosa si tratta. Se invece ha usato una Vpn possono non sapere neanche a chi si è collegato.

Queste le perplessità tecniche cui si unisce anche il regolamento sulla net neutrality (Regolamento UE n. 2015/2120) che porta le compagnie all’obbligo di trattare «tutto il traffico allo stesso modo, senza discriminazioni, restrizioni o interferenze, e a prescindere dalla fonte e dalla destinazione, dai contenuti cui si è avuto accesso o che sono stati diffusi».

La protesta degli Internet provider (Aiip)

Anche per Aiip, associazione degli internet provider si tratta di «un’iniziativa che tradisce due anni di impegno e leale collaborazione del settore». Come, rincara la dose il presidente Giovanni Zorzoni, «si può rischiare un procedimento penale per non aver segnalato un mero sospetto, potenzialmente infondato, o per la “colpa” di non aver sospettato, in presenza di incerti “motivi” neppure individuati dalla norma penale? Si tratta di una previsione incostituzionale, indeterminata, che imporrebbe agli operatori Internet obblighi di sorveglianza generalizzata, seguendo un modello che si pone al di fuori dell’Occidente democratico. Come Aiip, ma sono certo che non saremo i soli, avverseremo in ogni sede italiana ed europea queste modifiche».

De Siervo "Si lavora per rendere stadi sicuri per andare con famiglie"

De Siervo (Lega Serie A): «Battaglia essenziale»

Quella contro la pirateria «è una battaglia essenziale nel nostro Paese». In merito «siamo riusciti a portare al nostro Parlamento una legge che consente di intervenire con una piattaforma che abbiamo donato all’autorità e far cadere il sito pirata entro 30 minuti», ha affermato l’amministratore delegato della Lega Seria A, Luigi De Siervo . «Il calcio si mantiene con i ricavi che vengono dal pubblico, con la presenza negli stadi, ma soprattutto con i ricavi della televisione. È facile comprendere - ha spiegato De Siervo - come se ci sono 300 milioni che mancano all’appello, i conti delle grandi aziende non tornano più e anche chi gestisce i diritti deve accusare una riduzione. Che poi sono i soldi che mancano al calcio italiano per vedersi garantito la presenza di grandi campioni come in passato».

Copyright reserved ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti