Il caso di Gloria

Suicidio assistito, le condizioni fissate dalla Consulta in attesa della legge

Tra queste c’è che il paziente sia dipendente da un trattamento di sostegno vitale: mentre finora si intendeva con questo termine solo alimentazione, respirazione e idratazione, nel caso di Gloria l(a seconda persona in Italia ad aver avuto accesso al suicidio assistito) per la prima volta viene riconosciuta anche la chemioterapia.

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È passata dalla sofferenza del cancro terminale alla morte tenendo tra le sue mani quella del marito. Gloria, nome di fantasia, è la seconda persona in Italia ad aver avuto accesso al suicidio assistito e la prima in assoluto ad aver ottenuto il farmaco e quanto necessario dalla sua Asl per poter morire volontariamente.

La sentenza della Consulta

Nonostante l’ampio dibattito pubblico, manca ancora in Italia una legge sul suicidio medicalmente assistito. Nella passata legislatura il testo unificato sul suicidio assistito, approvato dalla Camera dopo quasi 4 anni in Commissione Affari sociali, non ha fatto in tempo a ricevere il via libera del Senato. Pertanto, a normare è la sentenza che assolse Marco Cappato dall’accusa di istigazione al suicidio per aver accompagnato in Svizzera Fabiano Antoniani.

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Le 4 condizioni poste dalla Corte

In Italia l’eutanasia costituisce reato, mentre è sancito dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale il diritto al suicidio assistito, in cui è il paziente ad autosomministrarsi il farmaco letale, e non un medico. La Corte, all’epoca, ha legalizzato il suicidio assistito se vengono soddisfatte 4 condizioni: che il malato sia affetto da malattia irreversibile, che questa patologia sia fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, che il paziente sia capace di prendere decisioni libere e consapevoli. La quarta condizione, la più problematica, è che il paziente sia dipendente da un trattamento di sostegno vitale: mentre finora si intendeva con questo termine solo alimentazione, respirazione e idratazione, nel caso di Gloria per la prima volta viene riconosciuta anche la chemioterapia. Questo, sottolinea Mario Riccio, il medico che aiutò nel 2006 Piergiorgio Welby, «allarga le maglie della legge. Molti italiani ’discriminati’ in quanto non dipendenti da trattamenti considerati sostegno vitale».

Per la prima volta in Veneto farmaco fornito dalla Asl

L’altra novità è che per la prima volta, nel caso del Veneto, il farmaco letale è stato fornito materialmente dalla Asl. Nell’unico precedente, quello di Federico Carboni, il paziente aveva fatto una raccolta fondi per accorciare i tempi per ottenerlo. «Proprio il Veneto, insieme a Abruzzo e Emilia Romagna - ricorda l’associazione Luca Coscioni - hanno avviato l’iter per una legge regionale da noi proposta. Molti sono infatti gli italiani che, visti i limiti imposti, sono costretti a rinunciare a questo faticoso percorso, scegliendo la sospensione delle terapie e una lenta morte sotto sedazione profonda».

Sono stati invece oltre 186.000 gli italiani che, in base alla legge sul biotestamento del 2017, hanno lasciato le proprie Disposizioni Anticipate di Trattamento sanitario, in previsione di un’eventuale incapacità di autodeterminarsi

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