Elezioni Usa e mercati

Sulle materie prime Trump proietta l’ombra di dazi, sanzioni e frenata del Pil

Dopo il voto negli Usa rimangono molte incertezze sugli scenari futuri, che provocano volatilità. Tra i pochi punti fermi un probabile acuirsi delle guerre commerciali

3' min read

3' min read

Poche certezze e molti interrogativi, che si traducono in volatilità. Sui mercati delle materie prime non si può dire che le acque si siano calmate all’indomani del trionfo elettorale di Donald Trump ed è probabile che le quotazioni continueranno ad oscillare nel prossimo futuro, a seconda delle suggestioni del momento. Dopo la batosta di mercoledì 6, nella seduta successiva c’è stato comunque un recupero generalizzato.

I metalli e in particolare il rame, che erano stato travolti da un’ondata di vendite, hanno ripreso quota cancellando una buona parte dei ribassi del giorno prima. In parallelo sono risalite le quotazioni di molti prodotti agricoli, compresa la soia, voce rilevante tra le esportazioni Usa, specie se si guarda a quelle dirette in Cina. E anche il petrolio è rimbalzato, sia pure in modo più debole, tornando nel caso del Brent a scambiare intorno a 75 dollari al barile. Sui mercati ormai si naviga a vista, con pochi punti fermi ad orientare la rotta. E si dovrà farlo ancora per molto tempo.

Loading...

Tra le certezze – che sono poche, come si diceva – ci sono le dimensioni schiaccianti della vittoria repubblicana, che liberano le mani al nuovo presidente, grazie alla maggioranza conquistata anche al Congresso. E non ci sono dubbi nemmeno sul fatto che questa vittoria costringa a ridefinire in modo radicale ogni aspettativa, sul fronte economico e geopolitico, con ricadute significative per le materie prime, che sono fortemente esposte a dinamiche di scala globale e influenzate in modo particolare dalla Cina, identificata da Trump come obiettivo numero uno dei dazi a tappeto promessi in campagna elettorale.

Per gran parte delle misure annunciate, tuttavia, non si conoscono tempi e modi di applicazione. E per alcuni obiettivi proprio non si sa come verranno eventualmente perseguiti. Trump ad esempio ha ripetuto più volte di voler «porre fine alle guerre in corso» e se mai ci riuscisse questo avrebbe di certo un effetto ribassista sul petrolio. Ma il suo metodo prevede sanzioni più severe (di certo per l’Iran e chissà, forse anche per la Russia, in modo da spingerla a trattare la pace con l’Ucraina). E questo al contrario avrebbe effetti rialzisti: una stretta contro Teheran potrebbe togliere dal mercato almeno un milione di barili di greggio al giorno, secondo Energy Aspects.

Anche l’approccio più “amichevole” verso l’industria petrolifera potrebbe in teoria far scendere il prezzo del barile, ma la produzione Usa probabilmente non ha grandi margini di crescita, almeno nel breve: con Joe Biden alla presidenza è salita ai massimi storici (una media di 13,4 milioni di barili al giorno in agosto).

Quanto al gas Trump ha promesso - e senza dubbio lo farà – di terminare la «pausa» alla costruzione di nuovi terminal per esportare Gnl, ma questo avrà un impatto solo tra qualche anno. Inoltre se si apre un periodo di intense guerre commerciali – come purtroppo è probabile – non è da escludere che il gas e forse anche il petrolio «made in Usa» finiscano con l’essere boicottati o comunque colpiti da dazi, il che potrebbe scoraggiare nuovi investimenti. Ad offuscare gli scenari, di nuovo, ci sono tante incertezze.

Proprio la moltiplicazione dei dazi è tra le poche certezze all’orizzonte. Trump si è mostrato ancora più aggressivo di quanto non fosse durante il primo mandato, preannunciando dazi del 60% su qualunque prodotto cinese e del 10-20% sulle esportazioni di altri Paesi. Minacce che potrebbero impiegare tempo, anche diversi mesi, a materializzarsi. Ma che comportano gravi rischi, fin d’ora ben presenti agli investitori, compreso quello di una frenata della crescita su scala globale (con tutto ciò che ne consegue anche sul fronte delle politiche monetarie).

Ecco perché – quanto meno a caldo, non appena si è conosciuto il verdetto delle urne – le vendite si sono accanite soprattutto sui metalli industriali e tra questi sul Doctor Copper, il dottor Rame, che segnala lo stato di salute dell’economia: il prezzo del metallo rosso era sprofondato di oltre il 4% mercoledì al Lme, fino a un minimo di 9.302 dollari per tonnellata (tre mesi), salvo risalire ieri sopra 9.670 dollari.

Certo, l’ascesa a razzo del cambio del biglietto verde ha dato un contributo alla discesa dei prezzi delle materie prime – tutte quante, persino l’oro – ma in gioco c’è ben più di questo.

Copyright reserved ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti