«Supportare le Pmi nello sviluppo dell’Ai, servono misure e risorse ad hoc»
Parla Paola Severino, presidente della Luiss School of Law. Colmare il «responsability gap» se l'algoritmo agisce in modo imprevedibile
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Misure a supporto della transizione digitale, assicurando le risorse necessarie alle Pmi «per implementare il funzionamento dell’Ai e per assumere e formare personale qualificato». E’ questa secondo Paola Severino, presidente della Luiss School of Law, la ricetta da affiancare all’Ai Act e agli altri provvedimenti normativi nazionali per permettere alle piccole e medie imprese, che costituiscono il grosso del nostro tessuto imprenditoriale, di tenere il passo della rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Dopo l’Ai Act, il quadro normativo va completato, prosegue Severino nell’intervista a GENerAzione Ai, Osservatorio sull’intelligenza artificiale frutto della collaborazione tra Il Sole 24 Ore Radiocor e Accenture. «È compito dei legislatori nazionali – spiega - riflettere sul ruolo da attribuire ai sistemi algoritmici nei diversi ambiti in cui essi si prestano a essere impiegati, ed elaborare le condizioni che rendano eventuali utilizzi compatibili con le regole dei singoli ordinamenti».
Quanto alla necessità o meno di pensare ad altre categorie del diritto per regolare gli effetti dell’uso dell’Ai, Severino distingue tra i vari casi; in quello in cui l’algoritmo agisce in modo autonomo e imprevedibile, potrebbe infatti verificarsi «un responsibility gap, e occorre riflettere su come risolvere il problema». Tra le soluzioni prospettate, l’elaborazione di meccanismi di imputazione volti a distribuire più razionalmente il carico sanzionatorio nella catena produttiva e distributiva dei sistemi di Ai.
Professoressa, come giudica le norme pensate dall’Europa per gestire la rivoluzione Ai? E guardando in particolare ai risvolti per il tessuto imprenditoriale italiano, formato in gran parte da Pmi che in genere hanno problemi a investire e a reperire le competenze necessarie per gestire il cambiamento?
Ci sono già stati molti commenti su queste norme: da quelli positivi di chi plaude alla tempestività della iniziativa a quelli di chi dice che “si è messo il carro davanti ai buoi”, regolamentando il fenomeno ben prima che lo sviluppo di esso fosse stato programmato e intrapreso in sede europea, controbilanciando le ingenti risorse investite da grandi Paesi come la Cina e l’America. L’utilizzo dell’Ai nelle Pmi e nelle start-up è uno dei temi affrontati dal legislatore europeo, che ha dedicato un intero capo dell’Ai Act alle “misure a sostegno dell’innovazione”, rivolgendo particolare attenzione a queste categorie. La principale soluzione adottata si identifica nella creazione delle cosiddette sandbox, ovverosia appositi spazi di sperimentazione normativa, alle quali Pmi e start-up possono accedere con alcune facilitazioni. La scelta appare apprezzabile, ma i dati ci dicono che nel nostro Paese la spesa nel settore Ai da parte delle Pmi rimane limitata; bisogna dunque continuare a prevedere misure a supporto della ‘transizione digitale’, assicurando risorse per implementare il funzionamento dell’Ai e per assumere e formare personale qualificato.
C’è cioè il rischio che le norme siano state pensate da un punto di vista teorico e non calate sull’operatività effettiva? Se fosse così come si potrebbe rimediare?

