Elezioni presidenziali e legislative in corso

Taiwan al voto, ecco la posta in gioco. Lai in testa, Cina invia 8 jet e 6 navi militari

Tre formazioni in corsa e indipendentisti favoriti, ma Pechino avverte: l’isola «è una questione interna»

di Rita Fatiguso

Aggiornato il 13 gennaio alle ore 10.15

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Taiwan va al voto, tra i timori di una nuova guerra mondiale

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Cuore della Torre 101, simbolo di Taiwan, l’avveniristico ingranaggio antisismico sembra un eterno monito a raggiungere l’equilibrio. Eppure l’isola, autoproclamatasi Repubblica di Cina negli anni Cinquanta mentre Pechino la considera una provincia ribelle alla sua sovranità da riportare all’ovile, va alle urne in un clima così incandescente da spostare il pendolo del Paese lontano dalla stabilità, trascinando l’intera area dell’Asia-Pacifico.

Tre le formazioni in campo per la conquista di presidenza e Parlamento, lo Yuan legislativo da 113 seggi, in un assetto insolito in grado di frantumare quel principio di maggioranza parlamentare caro alla tradizione politica taiwanese.

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I candidati in corsa

Per il partito indipendentista Dpp William Lai Ching, in ticket con Hsiao Bi-kim, un’altra donna determinata, punta a raccogliere il testimone della presidente uscente Tsai ing-wen, è in testa ai sondaggi per la conquista di un terzo mandato stavolta a beneficio dell’ala massimalista ben radicata nei “suoi” collegi del Sud, refrattari alle sirene della Repubblica popolare cinese, dai quali, in caso di vittoria, pescherà per formare il nuovo governo.

Il principale competitor, candidato del partito nazionalista Kuomintang, è Hou Yu-Ih, un ex poliziotto privo del pedigree tipico di quell’aristocrazia militare che, persa la guerra civile, si rifugiò nell’isola Formosa, la bella, come la chiamarono gli scopritori portoghesi, portando con sè i tesori della Città proibita, in quantità tale da dover essere stivati anche nei sotterranei del National Palace Museum di Taipei.

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Vittoria improbabile, la sua, pur essendo il Kuomintang un partito ricco di risorse e, di certo, più allineato a quel Consenso del 1992 che in passato ha garantito rapporti più equilibrati con Pechino, ma platealmente omesso da Tsai ing-wen nel discorso di insediamento il 20 maggio del 2016.

Tsai non citò il principio di “Una sola Cina”, il che appiccò un incendio ampliato dalla telefonata del presidente americano Donald Trump che la chiamò per congratularsi: gli Stati Uniti dal 1979 riconoscono infatti Pechino e non Taipei, la Repubblica popolare cinese e non la Repubblica di Cina.

In mezzo ai due contendenti c’è Ko Wen-je, in politica da cinque anni, ex capo dell’area metropolitana di Taipei, ex medico, una scheggia impazzita imbevuta di populismo che gioca da solo con il Tpp da lui fondato, oscillando tra l’ossequio a Mao Zedong, ma non troppo.

Pigia tasti cari alle orecchie di una popolazione in fibrillazione da anni e impoverita, il che potrebbe fare di Kuo l’ago della bilancia, anche solo con una decina di seggi.

La pressione cinese

In ogni caso Taiwan «è questione interna», ha ribadito l’11 gennaio la portavoce degli Esteri di Pechino, Mao Ning (video), facendo eco agli alti ranghi militari cinesi a Washington per riprendere i rapporti con gli Usa congelati da mesi: «Taiwan non si tocca». Il presidente Xi Jinping vuole riportarla sotto il controllo cinese entro il 2049, data del centenario della fondazione della Repubblica popolare, anche con la forza, se necessario, perché «la riunificazione della madrepatria è una certezza storica», come ha detto nel discorso di fine anno.

Oltre il 32% dei taiwanesi vuole invece lo status quo a tempo indeterminato e il 21,4% è favorevole a un graduale spostamento verso l’indipendenza.

Certo, la vittoria di William Lai irriterebbe Pechino. Il ritorno del Kuomintang gli Stati Uniti. Ma lo shift da Pechino ha costi alti, Taipei è in mezzo al guado, mollare gli ormeggi non promette nuovi mercati di sbocco.

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Tra Pechino e Washington

Dall’università Sun Yat-Sen - padre della Patria per entrambe le Sponde dello Stretto - di Taipei dove è impegnata in un ciclo di lezioni Alicia Guerrero, economista, conferma al Sole 24 Ore: «C’è l’idea che l’economia taiwanese sia altamente dipendente dalla Cina, è in corso una rapida diversificazione nel flusso di commercio e investimenti verso Usa e resto dell’Asia, il Dpp incentiverebbe questo derisking, mentre una vittoria del Kuomintang innescherebbe una ripresa dei rapporti, incluso l’aspetto tecnologico. E gli Usa reagirebbero».

Di fatto, Pechino e Washington hanno trasformato Taiwan in uno dei luoghi della loro rivalità geostrategica.

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