Solo i giganti esportano più dell’Italia
di Marco Fortis
di Emilia Patta
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Quella che segue è una nota fatta uscire da “fonti” del Terzo polo per smentire dissidi tra Carlo Calenda e Matteo Renzi dopo l'esito a dir poco deludente della lista Azione-Italia Viva alla prova del voto in Lombardia e in Lazio: «Carlo Calenda e Matteo Renzi si sono sentiti anche oggi come fanno praticamente tutti i giorni e hanno sorriso sulle strampalate ricostruzioni offerte dai media in queste ore. È quanto fanno sapere gli staff dei due senatori. Il risultato delle Regionali - proseguono le stesse fonti - non soddisfa nessuno, ma per molti aspetti era fisiologico: la vera sfida rimane quella delle Europee 2024. Calenda e Renzi condividono l’idea di accelerare sul partito unico dei riformisti proseguendo il cammino già individuato, fin dalla prossima riunione del comitato politico convocata dal Presidente della federazione Calenda per il prossimo 27 febbraio».
Tutto a posto, dunque? Chiaro che no, dal momento che note siffatte politicamente sono spesso una conferma di quello che si vuole smentire. D'altra parte due personalità come quelle di Calenda e di Renzi - per carattere, per storia politica e per ego - sono destinate a scontrarsi. Fin dall’inizio. La scelta di Renzi di delegare la leadership a Calenda, in particolare, più che da reale convinzione è stata dettata dalla consapevolezza di essere diventato una figura divisiva e dalla necessità di “salvare” la sua Italia Viva in un contenitore più grande. E non è un mistero che da parte sua Calenda avrebbe preferito andare da solo alle elezioni politiche del 25 settembre, puntando tutto sulla novità della sua persona e della sua proposta terzopolista, e invece ha dovuto unire la sua Azione alle truppe renziane perché gli era impossibile raccogliere in tempo le firme per presentare una nuova lista.
Ma, al di là delle differenze di ambizione e di carattere, il progetto di unire in un partito unico Azione e Italia Viva con l'orizzonte delle europee del 2024 resta fermo per entrambi. E paradossalmente proprio il risultato deludente delle regionali non lascia alternative. In Lombardia la federazione Azione-Iv ha scelto la corsa solitaria con l'ex ministra azzurra Letizia Moratti nel chiaro intento di “rubare” voti ai moderati delusi del centrodestra ma si è fermata al 9,8%, e in più nel voto di lista è precipitata dal 10% raccolto alle politiche a un misero 4.2%. Lo sfondamento a destra è rimasto evidentemente una velleità. Nel Lazio, di contro, il Terzo polo non è stato premiato neanche facendo la scelta coalizionale in sostegno del democratico Alessio D'Amato: dall'8,4% delle politiche si è scesi al 5%. Con queste cifre, pensare a una prematura scissione sarebbe suicida. Oltre al fatto che si dovrebbero sacrificare i gruppi nelle due Camere sparpagliandosi nel Misto, con quello che comporterebbe anche in termini di vantaggi economici. Impensabile.
Le divergenze tuttavia ci sono. E riguardano in sostanza tempi e modi del futuro partito unico. Calenda vuole accelerare già nelle prossime settimane, mentre Renzi guarda all'orizzonte delle europee del 2024, tra più di un anno, e preferisce restare in una sorta di vigile attesa. Il punto è che l'ex premier non vuole che il nuovo partito abbia troppo l'impronta del partito calendiano, a partire dal nome inciso a caratteri cubitali nel simbolo. E non perché Renzi pensi seriamente di sostituirlo nella leadership del Terzo polo, quando per una sua storica avversione verso il “partito personale”: già quando era premier e segretario del Pd rifiutò di inserire il suo nome nel simbolo del partito per le europee del 2014, quelle in cui raggiunse la vetta del 41%. Per Renzi la “notizia”, la novità nel panorama politico italiano, non è la nascita del partito di Calenda ma la nascita di un partito liberal-democratico che guarda alla macroniana Renew Europe. Un partito, insomma, destinato nelle sue aspettative a cambiare il campo da gioco e a sopravvivere alla leadership del momento. Ossia a a Calenda.
E poi la tempistica, si diceva. Se Calenda ha urgenza di varare subito il nuovo partito anche per consolidare la sua leadership - nome o non nome nel simbolo - Renzi è forse per la prima volta nella sua burrascosa vita politica nella modalità wait and see. Vigile attesa, insomma. Intanto c'è da capire se il governo Meloni avrà davvero lunga vita come sembra al momento, soprattuto se la guerra della Russia contro l'Ucraina dovesse proseguire ancora a lungo e dovesse quindi richiedere un protagonismo maggiore da parte del fronte atlantico (il pensiero va alle esternazioni filo putiniane di Silvio Berlusconi e alla silenziosa copertura che hanno da parte dell'altro alleato di Meloni, ossia Matteo Salvini).