Telecomunicazioni

Tim, Vivendi taglia la strada a Kkr: «Daremo noi la rete allo Stato»

Il gruppo francese si propone alla guida anche nel caso di una divisione di Tim. Ora la palla passa al Cda, ma c’è il rischio di tempi lunghi

di Antonella Olivieri

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Cosa succede in Telecom: ecco perché il fondo Kkr si è fatto avanti

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Vivendi, azionista di maggioranza relativa di Telecom con quasi il 24%, si candida a portare la rete sotto il controllo statale. Un portavoce del gruppo parigino ha confermato le dichiarazioni riportate da La Repubblica. E cioè: «Vivendi ha già rappresentato la propria ferma intenzione di essere azionista affidabile, di lungo termine, foriero di un dialogo costruttivo volto a rafforzare Tim, con l'obiettivo di lavorare a fianco delle istituzioni italiane nell'interesse di tutti gli azionisti e degli altri stakeholder di Tim. La priorità di tutti gli stakeholder di Tim è tornare a rivedere la società al centro delle strategie di sviluppo e innovazione e protagonista, con le proprie migliori risorse, sul mercato delle telecomunicazioni. Certamente puntiamo a riportare Tim su una traettoria di crescita. Le valutazioni in corso vertono su questo obiettivo. Vivendi è interessata a qualsiasi soluzione che promuova l'efficienza e la modernità infrastrutturale della rete, preservando il valore del proprio investimento. In questa prospettiva, l'ipotesi di un controllo statale della rete, se fosse propedeutico a un progetto strategico a guida istituzionale verrà certamente valutata con apertura. Si tratta di coniugare i necessari percorsi di innovazione tecnologica per il Paese con la valorizzazione delle risorse e il rilancio di uno dei più rilevanti gruppi italiani».

Vivendi si propone alla guida anche in caso di «spezzatino»

Fin qui la dichiarazione ufficiale che si traduce negli intenti in un no all'offerta, ancora non vincolante, di Kkr. Se spacchettare Telecom consente un ampio upside rispetto alle quotazioni di partenza (35 centesimi prima che entrasse in scena il fondo Usa col prezzo indicativo di 50,5 centesimi ad azione), allora l'operazione vuole guidarla Vivendi che è già dentro al capitale, al costo storico di 1,07 euro per azione. Peraltro i conti dovrebbero sempre essere fatti con Kkr, che ha investito 1,8 miliardi per avere il 37,5% di FiberCop (la società della rete secondaria di Telecom, ancora prevalentemente in rame), e dove gode di fatto di un rendimento minimo dell'8%.

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Sia americani che francesi guardano all'opportunità di realizzare uno spezzatino ed entrambi guardano alla Cdp per consegnarle la rete, asset strategico su cui grava il golden power e che per questo non potrebbe essere ceduta liberamente sul mercato. La differenza è che la proposta americana passa da un'Opa a un prezzo intermedio, incassabile nell'immediato, per delistare il titolo e realizzare l'operazione in sede privata. Mentre l'iniziativa francese sottintende di attuare lo scorporo della rete col titolo quotato, rendendo partecipi tutti gli azionisti della creazione di valore, se ci sarà, ma in tempi necessariamente più lunghi.

In attesa della posizione dell’Unione europea

In tutto ciò andrebbe anzitutto verificata quale è la posizione della Ue che – così ha capito chi ha avuto modo di ragionare sul tema – è nettamente contraria all'ipotesi di rete unica all'interno di un gruppo verticalmente integrato quale è Telecom, ma non è a favore neppure della ricostituzione del monopolio. Così andrebbero preliminarmente appurate le tesi secondo cui la rete di tlc ricadrebbe nell'ambito del monopolio naturale e dunque se, totalmente neutra, non in conflitto con la normativa antitrust, o l'ipotesi della praticabilità della concessione, dove la proprietà sarebbe dello Stato e il concessionario, Telecom, potrebbe gestirla preservando l'occupazione.

C'è anche da considerare che Cdp si trova in una posizione particolare, essendo contemporaneamente azionista con quasi il 10% di Telecom e azionista di controllo col 60% di Open Fiber, la sfidante della rete in fibra che già da qualche anno si era provato a portare a nozze con la rete dell'incumbent.

Si rischia di perdere i fondi comunitari

Situazione complessa e controversa che richiede evidentemente tempi non brevi per dipanarsi. Ma nel frattempo l'Italia non può perdere l'occasione di sostenere l'ammodernamento della dotazione infrastrutturale del Paese. Se non verranno pubblicati entro gennaio i bandi per la copertura delle aree grigie (quelle semi-concorrenziali) e se entro giugno non saranno assegnati si rischia di perdere 7-8 miliardi di fondi comunitari destinati allo scopo.

La palla passa al Cda

Per quanto riguarda Telecom la palla è anzitutto nel campo del consiglio. Un accordo ex ante tra azionisti per la spartizione degli asset potrebbe sollevare il rischio di un'azione di concerto. Il percorso passa perciò necessariamente dall'approvazione dei piani da parte del consiglio Telecom e poi, nel caso di operazioni straordinarie, da un'assemblea che darebbe la parola a tutti i soci.

La situazione particolare in cui si trova Telecom è dovuta al fatto che il nuovo capo-azienda, il direttore generale Pietro Labriola, non siede in cda e non potrà essere nominato amministratore delegato finchè il suo predecessore, Luigi Gubitosi, non lascerà il board. La questione non è ancora stata risolta. In estrema ratio, ma per il momento non ve ne sono evidenze concrete, Vivendi potrebbe chiedere un'assemblea contestando l'operato del precedente ad col quale è lite aperta da mesi.

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