Cassazione

«Tolga il ginocchio dal mio collo»: la frase detta al capo non è un’accusa di razzismo

L’“invito” nella mail inviata al primario, e per conoscenza ai colleghi, da un cardiochirurgo siriano che si sentiva emarginato. Per la Cassazione è diritto di critica

3' min read

3' min read

«Caro Professore per favore tolga il suo ginocchio dal mio collo, come lei dovrei poter respirare anche io». Questa frase, contenuta in una mail inviata al primario, e per conoscenza a tutti i colleghi, era costata a un cardiochirurgo siriano la risoluzione del rapporto di lavoro. Per la Cassazione, che accoglie il ricorso dello specialista contro la decisione della Corte d’Appello, rientra invece nel diritto di critica.

Ad avviso della corte territoriale, infatti, il riferimento a quanto accaduto a George Floydconteneva un’implicita accusa di razzismo, verso il responsabile del reparto di cardiochirurgia, al quale lo scritto era indirizzato, con l’invito a mettere fine a una condotta discriminatoria nei confronti del medico. La “denuncia” via mail riguardava l’estromissione quasi totale dalla sala operatoria dall’arrivo del nuovo primario, malgrado un lavoro svolto in un noto ospedale milanese per circa 20 anni, senza mai un rilievo di alcun tipo.

Loading...

Il mobbing violenza invisibile

Un’esclusione per la quale il chirurgo chiedeva le ragioni, chiamando come testimoni della verità dei fatti i colleghi, che in lui avevano investito affidandogli dei pazienti nella consapevolezza della sua abilità operatoria. Il camice bianco, aveva fatto presente che il mobbing, in una società sviluppata come la nostra, è rimasto l’unica violenza invisibile contro l'uomo.

Un’emarginazione per il medico nota a tutti, per la quale faceva delle ipotesi: «Se la mia colpa è stata la richiesta di un inquadramento adeguato, dato dalla mia esperienza di 27 anni di chirurgia in vari ambiti, questa non deve essere considerata una colpa, tutt’altro, è una richiesta di uguaglianza, per arrivare a essere trattato come altri colleghi, senza che ci sia a mio discapito discriminazione alcuna. L’uguaglianza è nella mia coscienza, per quella sono emigrato, ho sofferto e per questo ho scelto la società che amo e la terra dove morirò, l’Italia caro Professore».

La Corte d’Appello, a differenza del Tribunale che aveva dichiarato illegittimo il licenziamento per giusta causa, aveva negato che lo scritto, condiviso con tutti i colleghi, rientrasse nei limiti della continenza. Tuttavia avevano considerato la sanzione espulsiva sproporzionata, dichiarando comunque risolto il rapporto di lavoro, ma con l’applicazione della tutela indennitaria prevista dall’articolo 18.

In particolare, nel mirino dei giudici di seconda istanza era finito l’invito finale contenuto nella posta elettronica, con quale il mittente chiedeva al professore di togliere il ginocchio dal suo collo: una critica che aveva una connotazione razziale. E questo per «l’equiparazione che il reclamato fa tra la propria persona e quella di George Floyd […] finendo per sovrapporre alla figura del datore di lavoro l’immagine di un gravissimo abuso di potere, connotato da volontà di discriminazione razziale». Una frase, dunque, gravemente offensiva nei confronti del superiore.

Il dissenso nel diritto di critica

Ma la Suprema corte smonta questa tesi e annulla la sentenza con rinvio, spezzando una lancia in favore del diritto di critica, anche aspra, quando i fatti sono veri. Gli ermellini sottolineano che la critica è, per definizione, espressione di dissenso, disapprovazione, di giudizi negativi sull’altrui operato. L’offensività di una singola parola o di una specifica frase, estrapolata peraltro da un intero contesto, oltrepassa la barriera della continenza formale solo se vengono usati «epiteti volgari, disonorevoli o infamanti oppure - si legge nella sentenza - qualora non abbia alcun nesso con la disapprovazione espressa e motivata e si risolva pertanto in una aggressione gratuita e fine a se stessa dell'altrui reputazione».

Nello specifico, i giudici dovevano valutare se le critiche erano centrate rispetto alle condizioni e ai rapporti sul luogo di lavoro. Capire con quali modalità veniva esercitata l’attività imprenditoriale e quali erano le ricadute sulle condizioni di vita e di lavoro.


Copyright reserved ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti