La ricerca

Toscana, più tecnologia digitale per attrarre le multinazionali

Lo studio The European House-Ambrosetti per la Regione. Le aziende a controllo estero generano valore aggiunto per 11 miliardi. Servono ora energia green e formazione tecnica e scientifica

di Silvia Pieraccini

 Rendering dell’hotel 5 stelle che sorgerà sul golfo di Porto Ercole, all’Argenta€rio, dalla trasformazione dell’ex stabilimento di sardine Cirio. Un investimento del finanziere svedese Conni Jonsson

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Le multinazionali estere sono sempre state importanti in Toscana, fin da quando il chimico belga Ernest Solvay nel 1913 iniziò la costruzione a Rosignano, sulla costa livornese, di una fabbrica per la produzione di bicarbonato di sodio, grazie alla presenza di tre “ingredienti” fondamentali: le cave di calcare, l’acqua marina e il sale. Solvay fa ancora parte della galassia delle multinazionali, che oggi comprende Nuovo Pignone-Baker Hughes, Eli Lilly, Gsk, Kering, Lvmh, Richemont, Thales, Jsw, Liberty, Essity, Trigano, Rapido, Nestlè, Whirpool e tante altre. I numeri della Regione Toscana parlano di 3.000 stabilimenti di multinazionali a controllo estero presenti sul territorio con oltre 80mila lavoratori, per un valore aggiunto di oltre 11 miliardi di euro (il 19,5% del totale).

La fase attuale, col rallentamento degli investimenti esteri (crollati durante il Covid e risaliti lentamente a partire dal 2021) e il carico di fattori geopolitici destabilizzanti, impone di “curare” le condizioni di contesto, sia per attrarre nuovi progetti dall’estero, sia per tenersi stretti quelli esistenti. I casi di multinazionali che hanno abbandonato in fretta e furia il territorio per andare a produrre altrove – su tutte Bekaert (filo d’acciaio per pneumatici) e Gkn (semiassi per auto) – bruciano ancora.

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Ecco dunque che la Regione, promotrice più di dieci anni fa dell’ufficio “Invest in Tuscany” per aiutare le imprese straniere a districarsi nel mare ingarbugliato della burocrazia, lancia per la prima volta un bando, finanziato con 5,2 milioni di fondi europei, per sollecitare investimenti dall’estero. Il bando prevede contributi a fondo perduto per progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale, fino alla fase di prototipazione. Secondo i dati regionali, tra il 2017 e il 2023 la Toscana ha attratto 157 progetti greenfield (costruzione di nuovi stabilimenti) che valgono investimenti per oltre tre miliardi di dollari, generando più di 10mila posti di lavoro.

Ora, per sapere su quali tasti battere per potenziare la competitività in questo nuovo scenario di riferimento, la Regione si è affidata a The European House-Ambrosetti che, interpellando una community formata da imprenditori e istituzioni, ha messo in fila analisi e stimoli. Il report, presentato a Firenze e coordinato da Pio Parma, senior consultant Ambrosetti, si focalizza su tre leve di sviluppo: formazione, in particolare figure Stem (sono i laureati in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica); nuove soluzioni energetiche; infrastrutture fisiche (nervo scoperto da anni) e digitali.

La scarsa digitalizzazione è un vulnus che emerge in tutte le ricerche economiche: il tessuto imprenditoriale toscano, fatto di piccole e piccolissime aziende, frena l’introduzione di tecnologie digitali, che oggi sono acceleratore di competitività, e la scarsa diffusione della banda ultralarga fa il resto. Ancora basso è il numero di imprese che utilizza sistemi di intelligenza artificiale nei processi produttivi (5,3%), così come quello di chi usa l’e-commerce (14,4%).

L’altro grande problema della Toscana è il reperimento di capitale umano come confermato, proprio alla presentazione dello studio Ambrosetti, da Paolo Ruggeri, vicepresidente Nuovo Pignone e coordinatore della Commissione Multinazionali di Confindustria Toscana: «La regione attrae investimenti esteri perché è un bel posto in cui stare – ha spiegato – e perché ha un tessuto produttivo fatto da piccole e medie imprese che hanno rapporti con le grandi aziende. Ma sulla formazione del capitale umano c’è ancora molto da lavorare, e anche per questo abbiamo costituito un advisory board tra Regione e multinazionali». Mancano profili specializzati, in particolare laureati in discipline Stem (13,8% in Toscana ogni mille residenti di 20-29 anni, agli ultimi posti in Italia), fattore che incide sulla capacità attrattiva, come ha spiegato la multinazionale lucchese Sofidel, produttrice di carta igienica a marchio Regina: «In Toscana non mancano le Università – ha sottolineato l’amministratore delegato Luigi Lazzareschi – ma mancano gli studenti. Gli operatori di intelligenza artificiale e informatica qui sono molto scarsi».

Il monito arriva anche da Ambrosetti: «La Toscana deve adeguare l’offerta formativa alle nuove esigenze del mercato del lavoro, soggetto sempre più a una forte accelerazione sul fronte tecnologico», afferma Pio Parma. Infine, vanno accelerati gli investimenti sulle energie rinnovabili (non solo la geotermia, in cui la Toscana è leader) e sulle nuove tecnologie come l’idrogeno, per cogliere le opportunità della transizione green. Più facile a dirsi che a farsi: «Oggi i tempi per autorizzare i progetti sulle rinnovabili sono troppo lenti», ha ammonito Georges Madessis, country manager Italy di Ineos-Inovyn.

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