La sfida

Trombe d’aria, siccità, alluvioni: così il clima sconvolge il turismo

Crescono le destinazioni coinvolte dal climate change: le prenotazioni risentono delle condizioni del meteo, il caldo eccessivo fa lievitare le bollette e la siccità si ripercuote sul prezzo degli alimentari

di Valeria Zanetti

 Il clima negli ultimi anni ha cambiato registro e si dimostra in grado di condizionare sempre più l’offerta turistica. In foto, Sirmione, Lago di Garda

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Gelate nei Ponti di primavera, trombe d’aria sui campeggi del litorale veneziano e rodigino, temporali improvvisi, bombe d’acqua o grandinate a ripetizione nella stagione estiva oppure mesi di siccità prolungata, che prosciugano i bacini idrici con conseguenze sulla portata dei fiumi e la balneazione e navigabilità dei laghi. Il clima negli ultimi anni ha cambiato registro e si dimostra in grado di condizionare sempre più l’offerta turistica come evidenzia l’indagine trimestrale sui servizi turistici condotta dal Centro Studi di Unioncamere del Veneto nell’ambito dell’Osservatorio del turismo regionale federato.

Il fenomeno è da studiare perché impatta su un settore che l’anno scorso ha generato 21,1 milioni di arrivi e quasi 72 milioni di presenze. Numeri grazie ai quali la regione resta ai vertici nazionali per un’offerta unica, variegata e di qualità, capace di rispondere al sensibile cambio di tendenza da parte dei turisti, che ricercano un rapporto più intenso con la natura e spostano le loro preferenze verso strutture ricettive extralberghiere, in particolare verso il comparto open air. Quest’ultimo l’anno scorso che da solo ha totalizzato circa 20 milioni di presenze, ma risulta il più esposto ai fenomeni climatici, che si manifestano sempre più frequentemente.

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«In Veneto le imprese turistiche sono 45mila, il 10% del totale. Abbiamo deciso di focalizzare l’attenzione sul tema del cambiamento climatico – spiega il presidente di Unioncamere del Veneto, Mario Pozza – perché i suoi effetti sono evidenti e in grado di condizionare l’offerta di settore. I flussi turistici sono in balia di un clima sempre più violento e imprevedibile ma anche concausa del cambiamento climatico e dei suoi impatti, soprattutto nelle destinazioni più fragili».

Dall’indagine emerge che il 75% delle imprese di servizi turistici in Veneto ritiene che il cambiamento climatico stia avendo effetti nella destinazione in cui opera e sulla propria attività, soprattutto per quanto riguarda l’aumento dei costi di gestione: il caldo eccessivo fa lievitare le bollette energetiche, la siccità si ripercuote sul prezzo dei generi alimentari, come diretta conseguenza dell’impatto dei cambiamenti climatici sull’agricoltura. Un effetto minore ma comunque da considerare, viene rilevato anche per la variazione della stagionalità turistica riscontrato dal 28,5% delle imprese: nei mesi in cui il caldo raggiunge picchi particolarmente intensi, ad esempio, i turisti stranieri a volte preferiscono rimandare le vacanze sul Garda, specie se prenotate in camping e riaffacciarsi a settembre. Per alcune imprese, il maggior rischio di esposizione ad eventi estremi come tempeste o incendi (19,4%) ha provocato disdette. C’è anche una quota di attività intervistate (17,1%) che non rileva ancora nessun impatto sulla propria attività a seguito del cambiamento climatico, mentre percentuali più basse percepiscono già qualche problematica: il 7,5% ha difficoltà di approvvigionamento delle risorse (energia, acqua, ecc.) e il 6,3% sente un incremento della competizione tra destinazioni, proprio a causa delle bizze del clima. Variabile che sembra non aver ancora condizionato la stagionalità delle presenze turistiche. La maggior parte delle imprese intervistate, infatti, sostiene di non aver riscontrato particolari variazioni, provocate ad esempio dall’estate torrida del 2023. Significativo, inoltre, il fatto che il 40% delle attività abbia dichiarato che c’è stato un prolungamento della stagione estiva, per l’area del Benaco, ad esempio fino al Ponte di Ognissanti. Poche, invece, le imprese che riscontrano un anticipo della stagione estiva. «Questo scenario mutevole richiede flessibilità e un cambiamento di approccio nei servizi turistici - sostiene l’esperto di marketing territoriale, Marco Girolami - che impone capacità di gestire modifiche su durate, distanze, programmazioni, quote di presenze e il rischio di cancellazioni. Richiede inoltre di studiare promozioni agili per massimizzare i periodi positivi e di dare valore nelle proposte alle risorse come l’acqua. Anche perché il 75% dei Millennials è disposto a cambiare le strategie di acquisto per riconoscere lo sforzo delle aziende da un punto di vista ambientale». Alle porte una vera transizione: «Destinazioni e imprese dovranno spingere verso innovazioni di prodotto e di servizi, per restare competitive», aggiunge.

I nuovi scenari climatici non preoccupano però solo il turismo. In allerta c’è anche il mondo artigiano che ruota intorno alla montagna. È quindi partito da Belluno pochi giorni fa il percorso di approfondimento ‘Montagna futura’ di Confartigianato che si snoderà in quattro tappe italiane e culminerà in un evento finale a Roma. In questo ‘viaggio’ la confederazione analizzerà le trasformazioni che nei prossimi anni interesseranno i contesti fragili in quota. «I mega trend di cambiamento climatico, demografico, sociale e tecnologico stanno sviluppando impatti tali da modificare fortemente gli equilibri ambientali, sociali e produttivi della montagna italiana. L’invito è ad affidarsi alla strategy foresight, metodologia che studia e analizza queste trasformazioni per sviluppare processi di adattamento incentrati sulla montagna», afferma Valentina Boschetto Doorly, docente e manager. «L’Arpav ha registrato un aumento di 1.5 gradi della temperatura media negli ultimi trent’anni e di 0,57 gradi negli ultimi 10 – sottolinea Gianpaolo Bottacin, assessore all’Ambiente e dissesto idrogeologico del Veneto - La Regione è impegnata in forti azioni di adattamento ai cambiamenti climatici ed ambientali: sono stati messi a terra interventi per 1,8 miliardi di euro in nove anni e, solo nel Bellunese, 1.800 cantieri in 4 anni per 700 milioni di euro, che grazie ad una deroga procedurale della Protezione Civile, sono stati appaltati ad imprese del territorio».

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