Credito nel mirino

Troppo rischio e business sbilanciato: così è fallita Svb. Tremano le cugine Usa

Da una parte il generale rialzo dei tassi. Dall’altra la specificità del business, unitamente ad una gestione del rischio troppo disinvolta. Così è arrivato il crack di Silicon Valley Bank

di Vittorio Carlini

Svb: crisi più da start up che corsa agli sportelli

4' min read

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Da una parte il generale rialzo dei tassi. Dall’altra la specificità del business, unitamente ad una gestione del rischio troppo disinvolta. Così può riassumersi il mix di cause che hanno portato al crack di Silicon Valley Bank (Svb). Una crisi intuibile dai bilanci dell’istituto e che, se nel 2018 non fosse stata elevata la soglia minima per i più stringenti controlli sulle banche (da 50 miliardi di dollari in total asset a 250 miliardi), avrebbe potuto forse (con controllori più vigili) essere evitata.

I conti

Sennonché, nei dati aziendali la dinamica era per l’appunto immaginabile. Svb, alla fine del 2020, aveva asset totali per 115,5 miliardi di dollari, depositi per 102 miliardi e un portafoglio investimenti di 49,3 miliardi. L’anno successivo i total asset valevano 211,5 miliardi e i depositi 189,2 miliardi. Gli investimenti in securities, invece, ammontavano 128 miliardi di dollari. Infine il 2022: gli asset totali risultano 211,8 miliardi (in linea con il 2021) i depositi sono 173,1 miliardi e il portafoglio investimenti è di 120,1 miliardi di dollari. Insomma, i numeri segnalano due aspetti: la fortissima crescita, tra il 2020 e 2021, del portafoglio investimenti e il declino, tra il 2021 e il 2022, dei depositi.

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La crisi di liquidità

A ben vedere, questo secondo trend va sottolineato. Mostra, infatti, che già dal primo trimestre dello scorso esercizio era partito il deflusso di liquidità. Il motivo? Essenzialmente perché le start up tecnologiche, principali clienti dell’istituto, a fronte della cattiva congiuntura e del rialzo del costo del denaro bruciavano cassa. Un evento che ha indotto le stesse a ritirare i denari da Svb. L’andamento, a sua volta, ha creato problemi nella gestione del business, costringendo l’istituto a vendere in perdita (a causa del rialzo dei tassi della Fed) i titoli di Stato acquistati (e non coperti). Di qui la svalutazione del portafoglio investimenti. Di qui l’impatto su ratio patrimoniali e, quindi, l’annuncio della ricapitalizzazione. Cui ha fatto seguito la corsa agli sportelli.

Le start up

La quale non è causa, bensì elemento che, al massimo, ha amplificato il disastro. Un crack dovuto, di conseguenza, anche e soprattutto alla specificità dell’attività di Svb che era controparte di start up innovative e i cui apporti alla banca non possono considerarsi così certi. Una condizione la quale, è l’indicazione di vari esperti, avrebbe dovuto indurre ad una maggiore prudenza nell’uso di questa liquidity per l’acquisto di titoli a lunga scadenza. Certo: due anni fa non era certa né la dinamica inflazionistica né la stretta della Fed. Ciononostante, la “golosità” di lucrare lo spread tra liquidità a breve e asset a lunga è stata fatale. In altre parole: la gestione del rischio (il portafoglio di Svb, peraltro, non era sufficientemente diversificato) recita un ruolo cruciale.

Le sorelle regionali

Tanto che, più in generale e al di là della specificità del business model, gli investitori domandano: quali altre realtà possono avere i medesimi problemi? I mercati, per adesso, rispondono mettendo nel mirino le banche regionali a stelle e strisce. Negli ultimi giorni, un altro istitituto è fallito (Signature) e altri subiscono pesanti perdide in Borsa (ad esempio First Republic Bank). Il timore è che, sapendo come la strategia pronti-contro-termine sia stata realizzata in maniera diffusa, ulteriori realtà si vedano costrette a contabilizzare svalutazioni sul portafoglio titoli. Proprio a fine febbraio scorso la Fdic ha indicato, da una parte, che le potenziali perdite degli istituti di credito Usa sui titoli AFS e HTM sono circa 620 miliardi di dollari; e che, dall’altra, le banche non sistemiche (le più piccole) hanno quantità di asset con duration più lunga (oltre 3 anni) oltre la media del settore. Vale a dire: gli istituti regionali, anche perché quelli di più grandi dimensioni hanno sfruttato i fondi monetari al fine di realizzare i Reverse Repo con la Fed, sono considerati maggiormente a rischio.

Il rischio contagio

Già, il rischio. C’è la possibilità che il contagio si allarghi? «Non vedo un problema sistemico -risponde Stephan Klecha, co fondatore e Managing partner di Klecha & co -Eventualmente potrà esserci un rischio sul settore hi tech, ma circoscritto ad alcune nicchie americane». Qui, nel passato, «sono state espresse valutazioni» aziendali «scollegate dalla realtà». «In Europa -fa da eco Filippo Aloatti, Head of Financials (credit) di Federated Hermes - non ci sono banche con un business model simile» a Sbv. Le banche centrali, peraltro, «hanno strumenti a sufficienza per supportare» gli istituti «con la liquidità». In generale è «difficile ipotizzare -indica in un report Capital economics - una nuova crisi» stile Lehman. In primis perché gli asset detenuti dalle banche Usa sono titoli di Stato e non obbligazioni “tossiche”. Poi perché «rispetto al 2007-2008 il cuore delle banche Usa e il sistema bancario globale è molto più capitalizzato» e dotato di cuscini di liquidità. Insomma: gli esperti per adesso, seppure ieri le Borse siano cadute, professano fiducia. Ciò detto, però, è chiaro che i danni collaterali delle strette di politica monetaria si moltiplicano. Le banche centrali devono tenerne conto e i controllori devono vigilare meglio affinché non si ripetano altre Svb.

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