Turismo delle radici: Calabria e Basilicata si mobilitano
Fenomeno in grande crescita soprattutto nei borghi dove gli ex emigrati sono il doppio degli altri visitatori con importanti ricadute economiche
di Luigia Ierace, Donata Marrazzo
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Calabria e Basilicata richiamano gli emigranti e i loro discendenti per restituire memorie, storie, identità. È il turismo delle radici, delle origini, del ritorno, turismo ancestrale o genealogmico, praticato da viaggiatori nostalgici e sentimentali: un fenomeno in crescita intorno al quale si stanno mobilitando istituzioni e operatori per proporre un’offerta sempre più strutturata.
Pioniera del destination marketing legato al richiamo in patria delle comunità di italiani nel mondo, Sonia Ferrari, docente all’Università della Calabria, ha studiato il trend, vagliando bisogni e aspettative dei roots tourist. Dalla sua indagine, condotta insieme a Tiziana Nicotera, ricercatrice presso Unical, è nato il “Primo rapporto sul turismo delle radici in Italia” (Egea editore), un testo che è diventato come una bibbia per gli addetti ai lavori, tradotto in inglese e in spagnolo. «Se è vero che ancora non abbiamo dati statistici sui flussi - spiega Ferrari – siamo però in grado di dire che in molti borghi le presenze dei turisti delle radici sono il doppio rispetto ad altre tipologie. E stanno diventando una leva di sviluppo del territorio, soprattutto in quei centri che rischiano lo spopolamento».
Qualche settimana fa in occasione di una manifestazione sui vini locali, la docente ha accompagnato in tour un gruppo di danesi: alcuni erano originari di Scigliano, nel cosentino. Hanno fatto tappa a Belsito alle cantine Girolamo Basile sul fiume Jassa, poi hanno visitato il paesino della valle del Savuto. Una di loro ha acquistato casa e un altro del gruppo è in trattative.
Spartenze, restanze, ritornanze: sull’argomento dibattano filosofi, antropologi ed esperti di fenomeni migratori - da Vito Teti a Giuseppe Sommario - «perché la questione non riguarda solo l’industria del turismo, ma ha ricadute importanti sul tessuto sociale, sul rilancio dei borghi e quindi anche sull’economia. Basti pensare agli acquisti dei cosiddetti prodotti nostalgia, in particolare quelli agroalimentari, grazie ai quali il ricordo dei luoghi d’origine si perpetua anche dopo il viaggio», aggiunge Sonia Ferrari.
Anche il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale guarda con attenzione all’evoluzione del trend, tanto da aver sostenuto la pubblicazione del Rapporto redatto da Ferrari e Nicotera, in cui la prima profilazione degli utenti ha riguardato l’Argentina, paese che vanta la più grande comunità di italiani nel mondo. Ma per promuovere concretamente questo nuovo modello di turismo, il Maeci ha lanciato un bando sulla valorizzazione dei territori (200mila euro a regione) ponendo al centro i roots tourist e le comunità locali. E designando, infine, il 2024 come l’anno del “turismo delle radici”, proprio per mettere a sistema la forte domanda di viaggio in Italia dei nostri connazionali nel mondo.
