Fiscalità internazionale

Un’agenzia tributaria a misura d’Europa

di Raffaele Russo

Lo scenario di crescente incertezza determinatosi dopo l’insediamento di Donald Trump richiede un cambio di passo

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A poche ore dal suo reinsediamento, Donald Trump ha pubblicato un memorandum con il quale respinge al mittente il Global Tax Deal concepito dall’Ocse/G20. Il nuovo presidente americano sottolinea che «non ha forza o effetto negli Stati Uniti» senza un atto del Congresso che adotti le disposizioni pertinenti dell’accordo. Il memorandum critica senza mezzi termini l’accordo sostenuto dalla precedente amministrazione, ritenendo che lo stesso consenta una tassazione extraterritoriale su redditi «americani» e limiti la capacità degli Stati Uniti di adottare politiche fiscali a favore di imprese e lavoratori. Questa posizione non dovrebbe sorprendere. Conferma quanto già espresso da decine di membri del Congresso al Segretario Generale dell’Ocse nella missiva del 17 Settembre 2024. Missiva che sottolineava la ferma opposizione degli Stati Uniti all’implementazione dell’Under-Taxed Profits Rule (UTPR) «Should foreign governments seek to target Americans through the UTPR or other mechanisms in the Oecd global tax deal, we will be forced to pursue countermeasures».

Il memorandum incarica il Segretario del Tesoro, in consultazione con il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, di indagare eventuali violazioni delle Convenzioni contro la doppia imposizione insieme all’applicazione o introduzione di norme discriminatorie/extraterritoriali da parte di altri Paesi stranieri e di presentare al Presidente opzioni per «misure protettive o altre azioni che gli Stati Uniti dovrebbero adottare o intraprendere in risposta a tali inadempienze o norme fiscali». I risultati, insieme alle raccomandazioni, dovranno essere presentati al Presidente entro il 60 giorni. Si avvicina quindi il momento critico. Questo verosimilmente avrà il suo culmine nel 2026, quando entrerà in vigore l’Utpr e si concluderà il periodo di Safe Harbour che al momento copre sia gli Stati Uniti, ma anche Paesi come Cina e India per i periodi di imposta che terminano entro il 31 Dicembre 2026. Parallelamente, inizieranno ad emergere i primi dati sul gettito derivante dall’applicazione della Global Minimum Tax nei Paesi che hanno deciso di attuarla.

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Le difficoltà operative e di compliance legate all’imposta sono ormai evidenti a tutti, e i risultati sul gettito potrebbero essere inferiori alle ottimistiche aspettative (e le prime indicazioni a livello empirico sono in tal senso). Questo contesto potrebbe portare a un necessario ripensamento dell’intero approccio, anche alla luce delle spinte dei Paesi in via sviluppo tese a riportare in seno all’Onu le discussioni sulla fiscalità internazionale. Temi questi che si intrecceranno inevitabilmente con le dinamiche legate ai dazi (o alla minaccia degli stessi), rendendo il contesto fiscale globale ancora più complesso ed imprevedibile.

In questo scenario di crescente incertezza, l’Unione Europea è obbligata ad adottare una posizione chiara. È necessario un cambio di passo: una vera e propria Ires europea che utilizzi come punto di partenza per la determinazione della base imponibile le regole della Global Minimum Tax, insieme ad un approccio comune sulla Digital Service Tax (Dst), già adottata da Austria, Danimarca, Francia, Finlandia, Ungheria, Italia, Polonia, Portogallo, Spagna. Lo stesso vale per una Dst europea che tassi l’estrazione dei dati, che rappresentano per le grandi aziende, tecnologiche e non, ciò che il petrolio era per le grandi società petrolifere del passato. Come suggerito da illustri studiosi, si dovrebbe riflettere sulla possibilità di istituire un’Agenzia delle Entrate europea che possa in prospettiva gestire direttamente le risorse proprie dell’Unione Europea (si veda Traversa E., Marino G., Un’Agenzia tributaria europea. Una proposta accademica per la prossima Commissione, Giustizia Insieme, Diritto Tributario, 25 Ott. 2024).

Il memorandum del 20 gennaio 2025 è (l’ennesimo) segnale d’allarme per la costruzione Europea. Di positivo c’è che la decisione di rigettare il Global Tax Deal rafforza la necessità per l’Unione Europea di sviluppare una strategia unitaria e resiliente in ambito fiscale

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