Sbagliando si impara

Un “giubileo” di trasformazione: come rinnovarsi e abbattere le porte che limitano la crescita professionale

Qual è la nostra Porta Santa? Esiste un metaforico punto di accesso ad una trasformazione organizzativa profonda, di noi individui, di noi professionisti?

di Costanza Biasibetti*

Pellegrini passano davanti alla Porta Santa della Basilica di San Pietro in Vaticano. (ANSA/ Riccardo Antimiani)

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Il Giubileo del 2025, quello della Speranza: lo scorso Natale si è aperto l’anno santo per i Cattolici, un evento che in Italia è di particolare importanza non solo per i credenti ma proprio per tutti (per vari motivi, tra cui il traffico, gli affitti e l’aumento del numero di un preciso target di turisti).

Il termine “giubileo” deriva dall’ebraico יוֹבֵל (yōbēl), che significa “corno di ariete”: si trattava in principio di un anno speciale che si celebrava ogni 50, come stabilito nel Levitico (25,8-13), rappresentando un tempo simbolico per la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi e la restituzione delle terre ai legittimi proprietari. L’evento veniva annunciato con il suono del corno di ariete, da cui il nome yōbēl.

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Il concetto di Giubileo fu poi ripreso dalla Chiesa cattolica e istituito ufficialmente nel 1300 da Papa Bonifacio VIII come un anno santo di grazia e indulgenza per tutti i fedeli: insomma un’occasione per festeggiare, per rinnovarsi.

Mi sono chiesta se anche noi, nelle nostre vite e nelle nostre professioni, avessimo qualcosa di simile: un Giubileo dei punti di riferimento, un tempo per fare il punto, per rinnovarsi, per reidentificare gli obiettivi, per ritrovare le radici, per celebrare i successi, per consolidare il team, per aprire nuove fasi. Se esiste, deve - per quanto straordinario - rispondere ad alcune caratteristiche proprie dell’evento giubilare originale.

1. Ricorrenza

Il Giubileo ordinario si celebra ogni 25 anni, regolare come un tè inglese e come l’influenza a Natale. Ammettiamolo: 25 anni sono troppi per fare il punto della situazione, specialmente in uno spazio-tempo come il nostro in cui gli eventi si succedono a velocità supersonica, gli uni connessi agli altri come punti di un intricato ricamo (che a volte fatichiamo a cogliere nella sua interezza). Mi scuserete la romanticheria, ma un buon giubileo (aziendale o personale) potrebbe avere cadenza annuale, come Sanremo: un buon intervallo per ricordarci di chiedere - a noi stessi e a coloro che ci circondano - come stiamo, che obiettivi stiamo raggiungendo, come ci stiamo attrezzando per farlo. Dobbiamo essere costanti e ripetitivi specialmente in questo: nell’ascolto attivo del nostro sentire e operare e nello studio delle traiettorie che smuovono il terreno da dentro, come radici di alberi secolari.

Ricordiamoci allora, almeno una volta all’anno, di dedicarci un tempo: istituiamo giubilei dell’ascolto e riunioni collettive di famiglia, di team, di condominio e di quartiere. Facciamo in modo che siano spazi e tempi di pace e di condivisione, giubilei festosi (tanto ne abbiamo di occasioni durante l’anno per far notare problemi, errori o malcontenti). Dedichiamo alle nostre vite periodici giubilei.

NB. Il Papa, in circostanze particolari, può istituire giubilei straordinari. L’ultimo, desiderato da Papa Francesco, è stato quello della Misericordia nel 2015-2016. Quando ne sentiamo il bisogno, quando gli equilibri cambiano, quando si frantumano le rocce sotto i piedi e ci sembra di aver perso il polso della situazione, fermiamoci, chiamiamo aiuto, istituiamo giubilei straordinari del supporto e riunioni collegiali della collaborazione.

2. Porta Santa

Il simbolo fondamentale di ogni Giubileo è l’apertura della Porta Santa nelle quattro basiliche papali di Roma (San Pietro, San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le Mura e Santa Maria Maggiore e quest’anno - mi ricorda il mio amico Don Alberto Sonda, cui ho chiesto supporto per evitare di cadere nel blasfemo, c’è una porta in più: quella di Rebibbia). Non è un modo di dire: il papa con un martellone (da quest’anno è fake ma prima la bucava lui per davvero e poi per rifarla si andava di malta e cazzuola) apre la porta santa che simboleggia il cammino di conversione, un passaggio simbolico verso la redenzione e il rinnovamento spirituale.

Dunque, qual è la nostra Porta Santa? Esiste un metaforico punto di accesso ad una trasformazione organizzativa profonda, di noi individui, di noi professionisti?

Quali muri siamo chiamati a sfondare nelle nostre esperienze quotidiane (magari sedimentate e immobili da molti anni) per portare innovazione, cambiamento e nuove prospettive?

La mia porta santa è stata la disciplina. Ho dovuto sfondare il muro di libertà (ebbene sì, proprio di libertà) che mi ero costruita, fatto di tempi elastici e duttili, di possibilità infinite e di opportunità sfaccettate (che amavo immensamente e avevo costruito in anni duri di sacrifici e ricerche) per portare nella mia esperienza professionale e personale un nuovo attore protagonista: la disciplina. Ho sfondato con un martello il mio tempo libero e raccolto la polvere che aveva coperto di una patina rossa ogni mia azione e rallentato non di poco il raggiungimento dei miei obiettivi. Ho custodito quella polvere (e di sicuro la userò per farci qualcosa, ancora non so cosa) ma è iniziato il mio Giubileo della creatività rigorosa, quel rinnovamento di cui avevo bisogno per costruire progetti radicati e orientati, ispirati e di lungo, lunghissimo respiro.

Piccolo inciso: la disciplina a me l’ha insegnata Jago. Non credo lui sappia che l’ha fatto, ma l’ha fatto. Io l’ho imparata un lunedì di ottobre, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, mentre uno degli scultori più geniali della contemporaneità portava la sua esperienza di artista disciplinato, di creativo rigoroso, di genio non imbrigliato ma capace di progettare, di radicarsi, di accogliere la costanza, di scolpire insieme a lei pure il tempo.

Vi consiglio di individuare, per ogni vostro giubileo, una porta santa da abbattere, una certezza che avete da sempre, un “si è sempre fatto così” che blocca le iniziative. È un passaggio essenziale, buttare giù la porta, che implica l’adozione di una leadership saggia, orientata ad un bene comune, capace di creare un equilibrio tra interessi diversi (i nostri e quelli di chi ci circonda oppure di chi ci guida) e di promuovere una cultura umanamente sostenibile, etica, controcorrente.

3. Indulgenza plenaria

I fedeli possono ottenere il perdono totale delle pene temporali dei peccati già confessati, secondo alcune condizioni, tra cui Confessione, Comunione, Preghiere e Pellegrinaggi.

A me quest’aspetto del Giubileo ricorda una cosa: che siamo sempre in tempo per cambiare idea. Per riconsiderare opzioni. Per riaprire strade o opportunità che sembravano chiuse. Per collaborare con quel fornitore con cui in passato c’erano stati un’incomprensione o uno screzio. Per ritrovare quell’amico dal quale ci siamo allontanati così, senza litigi, senza motivi particolari, solo perché le cose “sono andate così”.

Beh, le cose vanno così perché le persone cambiano, cambiano in continuazione.

Cambiano le persone, i contesti, i tempi, le situazioni: tutto cambia e tutto è in evoluzione costante e questo ci deve spingere ad essere flessibili, saltellanti come canguri o come Gimbo Tamberi alle Olimpiadi. Non è una questione di bontà, di simpatia o di carità: dettiamo a noi stessi delle condizioni che tengano conto del nostro vivere oggi, nel 2025. Capiamo quali siano i valori che contino, le priorità della nostra vita, i KPI dei progetti in cui stiamo investendo tempo, energie e risorse. Potremmo accorgerci di esserci arroccati per anni in annose posizioni prive di senso e soprattutto di utilità evoluzionistica.

Siate giubilari nelle opportunità, stabilite nuove condizioni di giustizia.

4. Pellegrinaggi

I fedeli sono invitati a compiere pellegrinaggi, specialmente a Roma (la città che anche per me è stata giubilare, più di ogni altra). Fondamentalmente, sono chiamati a muoversi, a diffondere la lingua della gioia e a veicolare i profitti del cambiamento. Ha poco senso cambiare se poi si resta nel proprio metro quadrato di certezze; è come giocare a Domino e mettere le tesserine troppo distanti tra loro… Una non può spingere l’altra se c’è troppo spazio da riempire.

Ecco perché essere giubilari ci chiama ad essere pure camminatori, oserei dire “esploratori”: vivere e concretizzare un personale giubileo non può che portarci a una promozione della leadership diffusa, influenzando sul sistema una forza positiva e proveniente da ogni dove, come se tutti i venti soffiassero d’improvviso scatenando un tornado.

Siamo chiamati ad essere pellegrini in formazione, scegliendo opportunità di crescita personale, collettiva, di team e anche pellegrini in osservazione, cercando di carpire (anche dalle situazioni o dalle relazioni che ci sembrano non solo insignificanti ma anche sminuenti) l’elemento prezioso di valore, il quid che ci possa offrire un nuovo punto di vista.

Come ogni pellegrinaggio che si rispetti, scarponi ai piedi e zaino in spalla, la riflessione va a ciò che si configura - alla luce del giubileo - come realmente essenziale. Spesso perdiamo le dimensioni del nostro agire e non riusciamo a quantificare gli sforzi da investire nei progetti che ci stanno a cuore: non significa perdere passione, significa solo incanalarla lì dove può fiorire in ogni stagione, a prescindere da gelo e siccità.

5. Opere

Durante il Giubileo si sottolinea l’importanza delle azioni buone: opere di carità, di riconciliazione e di giustizia sociale, con particolare attenzione ai poveri, ai malati e ai bisognosi.

Credo che ogni giubileo delle nostre vite debba essere concreto, perché se resta solo nelle nostre teste e nei nostri pensieri e non porta a un cambiamento visibile, da toccare e gustare, allora non è valso a nulla.

Quante volte mi sono impegnata in grandi propositi per l’avvenire, corredati da date sul calendario e post-it di remind, con “questo lo devo assolutamente fare” e “quest’idea ha potenziale, devo solo metterci un po’ la testa sopra”.

Il cimitero delle buone idee è ricco di lapidi di progetti buoni che “avrebbero potuto cambiare il mondo se”. Se qualcuno avesse trovato le energie, le forze, la voglia di realizzarli.

Non dico che sia facile, fare i giubilei è difficile (sia chiaro) e richiede energie e attenzioni notevoli che in un tempo come questo è - mi rendo conto - cercare di stendere un telo mare alla Baia dei Turchi, a mezzogiorno, in agosto.

Ma ho come l’impressione che ne valga la pena.

Vale sempre la pena di gioire e di rinnovarsi. Ogni cosa - comunque - cambia: il Giubileo della consapevolezza ci dirige solo verso il governo di tale cambiamento.

*Consulente di Newton Spa

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