Un grande scrittore sceglie con cura gli strumenti di lavoro. A partire dalla carta
Perché l'inclinazione del pennino, il suono che fa quando aggancia le fibre del foglio, e anche il profumo dell'inchiostro sono tutte fonti di ispirazione
di Jean-Marie Gustave Le Clézio
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Interrogarmi sul significato e il valore che hanno gli oggetti per me mi ha obbligato a un serio e approfondito esame. Prima di questa analisi interiore sul mio rapporto con le cose, pensavo di essere indifferente a ogni forma di possesso, libero da ogni condizionamento, e anche poco rispettoso del ruolo che possono avere nelle vite delle persone, in particolare nella mia. Invece scavando dentro me stesso e nel mio passato, mi sono reso conto che la verità è ben diversa: sono certamente anche io molto attaccato a certi oggetti, più precisamente a quelli che fanno parte della mia attività, o destino, di scrittore. Lo sto scoprendo sempre di più.
Prima di tutto la carta. Per molto tempo ho potuto scrivere (io scrivo soprattutto a mano) solo su un certo tipo di carta, non troppo bianca o patinata, piuttosto un po' ruvida e con una tonalità tendente al bistro, il pigmento giallo-bruno usato sin dai tempi antichi nella pittura. Per tanti anni ho usato una carta chiamata Revolución, comprata in Messico, e che è servita (da lì deriva il nome) a stampare i ciclostili dei rivoluzionari. L'ho acquistata fino agli anni Ottanta, quando la sua fonte di produzione si è prosciugata. Spariti i ciclostili, sparita la carta. Panico!
Poi ho scoperto, per fortuna, nel New Mexico, dove nel frattempo ero andato a vivere con mia moglie e le mie due figlie, un altro tipo di carta adatta a rimpiazzare la Revolucion. Si chiamava New Mexico Bond, il nome di una fabbrica artigianale che produce fogli da 20 grammi di peso, fatti con gli stracci. Si tratta di una carta molto bella, poco liscia, che tiene ben stretto a sé il pennino, non si beve tutto l'inchiostro e permette di scrivere su entrambi i lati. In pratica, la mia salvezza.




