Stati Uniti

Il primo mese di Trump alla Casa Bianca: un’era di cambiamenti e ribaltamenti

Il presidente Donald Trump ha portato avanti una serie di azioni senza precedenti, cambiando il panorama politico interno ed esterno degli Stati Unitia suo modo regole ed equilibri globali. Annunciati dazi del 25% sull’import di auto, chip e farmaci

Un mese di Trump

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I trenta giorni che hanno cambiato l’America e stanno cambiando il mondo. Nel primo mese dal ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha annunciato valanghe di azioni, dalle svolte sulla scena internazionale alle decine di ordini esecutivi sulle politiche interne. Ha spezzato il tabù dei negoziati con la Russia sulla sua guerra di invasione dell’Ucraina. Ha fatto scattare dazi sul commercio contro rivali e alleati. Ha avviato le espulsioni di massa dei migranti, ha archiviato con fastidio le misure sulla transizione energetica negando l’evidenza del cambiamento climatico, ha tentato di ribaltare la pubblica amministrazione a colpi di migliaia di licenziamenti.

Davanti alle resistenze, oggi incentrate sui ricorsi in tribunale, la sua presidenza è stata già paragonata da qualche storico per attivismo a quella di Franklin Delano Roosevelt. Un Roosevelt rovesciato: Fdr costruì istituzioni più ampie che hanno segnato un’epoca, Trump è il grande picconatore di regole e accordi. Ha di sicuro dimostrato di avere il completo comando della macchina politica e ha confermato l’intento di non fermarsi davanti a tradizioni - e neppure a leggi che consideri illegittime – con un aggressività e una decisione molto più evidenti rispetto al suo primo mandato nel 2016.

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Giusto ieri per non smentirsi, con un attacco frontale senza precedenti, ha di fatto segnato la fine di Volodymyr Zelensky come leader dell’Ucraina. E ha rilanciato le prossime misure sugli scambi commerciali, attaccando anche l’Europa: «Metteremo dazi del 25% sulle automobili di fabbricazione estera, sui prodotti farmaceutici e sui semiconduttori saranno del 25% e oltre», ha detto, spiegando che «le imprese hanno tempo fino al 2 aprile per adeguarsi» e che «le tariffe «saliranno notevolmente nel corso del prossimo anno».

Trump si è convinto di essere sopravvissuto all’attentato in Pennsylvania – e a un secondo attentato sventato – perché ha una missione divina da completare. E su Truth Social ha riassunto così il suo diritto a un potere esecutivo libero da controlli: «Chi salva il suo Paese non viola alcuna legge». La leggenda attribuisce la citazione a Napoleone. La tesi dei superpoteri del presidente ha in realtà origini molto più moderne: è sostenuta da pensatori della destra americana nella «teoria dell’esecutivo unitario». Potrebbe, alla fine, richiedere una decisione in seno alla Corte Suprema, custode della separazione e dell’equilibrio costituzionale dei poteri, ma anche il tribunale massimo è in mano a una maggioranza conservatrice che ha mostrato crescente sensibilità alle rivendicazioni del presidente.

Un mese di Trump

L’aggressività di Trump è misurata anche da piccole decisioni. Tra i circa cento ordini, proclami e memorandum che ha firmato - rigorosamente in pubblico e con le telecamere a inquadrarlo - ha trovato tempo per un decreto che impone l’uso di cannucce di plastica e vieta quelle di carta. Ha ribattezzato il Golfo del Messico come Golfo d’America. Ha richiesto, attraverso il dipartimento di Giustizia, il ritiro delle accuse di corruzione contro lo screditato sindaco di New York Eric Adams: non perché lo ritiene innocente, ma perché vede in Adams, democratico caduto in disgrazia, un alleato nelle operazioni di espulsione dei migranti. Ha anche avviato una serie di vendette politiche su larga scala: dalle indagini su procuratori che hanno perseguito gli esagitati della destra, filmati mentre prendevano d’assalto il Parlamento il 6 gennaio 2021; al ritiro della scorta di sicurezza non solo all’ex presidente Joe Biden ma anche a leader repubblicani poco fedeli, come l’ex segretario di Stato Mike Pompeo o come l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton.

Con le piccole mosse, sono arrivate le grandi decisioni da America First, di un populismo interventista al servizio degli stretti interessi americani: l’America viene prima di tutto, appunto, anche dei diritti umani e del diritto internazionale.

In politica estera, ha firmato venti ordini esecutivi, mentre non si contano le prese di posizione. Hanno preso così forma i disegni di una pace in Ucraina che riabilita e fa felice solo Vladimir Putin, ma anche il sostegno alle forze di estrema destra in Germania, le proposte di trasformare Gaza nella riviera made in Usa del Medio Oriente, ovviamente senza i palestinesi. Come il disimpegno, almeno parziale, dalla Nato e l’uscita dai consessi multilaterali come l’accordo di Parigi sul clima e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Cruciale anche il progetto di liquidare il soft power americano minacciando la chiusura di UsAid, l’agenzia degli aiuti umanitari e allo sviluppo del dipartimento di Stato con 10mila dipendenti.

Ma sono state forse le guerre commerciali scatenate contro rivali per la leadership globale - prima fra tutti la Cina - così come alleati storici - come Canada, Messico ed Europa - a segnare questo primo mese della rivincita di Trump alla Casa Bianca. La formula dei dazi reciproci che ha minacciato - e potrebbe essere definita entro gli inizi di aprile - può cancellare con un colpo di spugna ogni approccio multilaterale all’interscambio, affossando la World Trade Organization.

Il terremoto è altrettanto profondo in politica interna. L’immigrazione è la grande priorità, individuata dalla destra nazionalista e populista, alla ricerca di un nemico anche dentro i confini di casa. Anzi è «un’emergenza nazionale» che giustifica le retate della polizia e le espulsioni di massa degli immigrati irregolari, a cominciare da chi ha commesso reati negli Usa, ma allargate anche a chi è negli Stati Uniti da anni, lavora e paga le tasse pur non avendo un visto regolare. Fino a qui solo le difficoltà logistiche e la carenza di agenti delle forze dell’ordine hanno frenato l’operazione: da quasi 900 al giorno a fine gennaio le espulsioni sono scese a 600 a metà febbraio tra i malumori del presidente.

Ma l’immigrazione non è l’unica emergenza nazionale. Trump ha avviato procedure speciali anche per l’energia, per accelerare la produzione da fonti fossili senza curarsi dell’effetto serra. Ha eroso diritti civili che si immaginavano ormai acquisiti, eliminando, con sette ordini presidenziali, i programmi federali di diversità, equità e inclusione. E ha fatto scattare inchieste governative su diverse aziende quotate costringendole a fare marcia indietro sulle stesse politiche di inclusione.

Particolarmente drastica è l’azione di riforma del governo stesso, iniziata con una quindicina di ordini. La figura centrale è in questo caso il super-quasi-ministro Elon Musk alla guida del Doge, il dipartimento per l’Efficienza, che ha promesso risparmi per 2mila miliardi di dollari. Di certo il boss di Tesla e SpaceX ha avviato il taglio di forse 200mila funzionari pubblici, gli assunti più recenti, su un totale di 2,3 milioni di dipendenti delle agenzie federali. In alcuni casi le riduzioni sono state così affrettate e mal gestite da costringere anche Musk a effettuare veloci reintegri: nel dipartimento dell’Energia erano stati cacciati i dipendenti incaricati della gestione delle scorte e delle armi atomiche. La furia rinnovatrice e l’insofferenza alle regole della nuova destra americana potrebbero portare all’eliminazione di interi ministeri e agenzie, dal dipartimento dell’Istruzione al Consumer Financial Protection Bureau, per la protezione finanziaria dei consumatori.

Se i primi trenta giorni hanno dato un messaggio forte e chiaro dentro e fuori dai confini americani, i restanti 47 mesi del mandato alla Casa Bianca diranno se Trump sarà davvero l’anti-Roosevelt. L’America e il mondo sono già cambiati, resta da capire quale sarà il segno che il presidente-tycoon lascerà nella democrazia americana come negli equilibri internazionali.

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