La lettera

Un sistema della ricerca pubblica sano e competitivo con il resto d’Europa

Dovrebbe fondarsi sui Prin, i bandi annuali finanziati sistematicamente e a data fissa, dedicati ai gruppi di ricerca

(Adobe Stock)

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Gentile direttore,

pochi giorni fa, su questo giornale, nell’articolo “Contratti di ricerca, quelle rigidità da eliminare”, il prof. Alessandro Schiesaro della Scuola Normale Superiore di Pisa ha – a mio avviso, giustamente - affermato che i giovani appena usciti da un percorso di dottorato hanno chance pressoché nulle di ottenere un contratto di ricerca (la nuova forma di reclutamento temporaneo istituita con la legge 79 del 29 giugno 2022), e quindi di potersi immaginare in un futuro lavorativo in questo ambito. Un dramma, che comporterà il non ingresso nella ricerca di altre migliaia di giovani, in un Paese dove i ricercatori sono già troppo pochi e quei pochi, spesso, sono costretti a emigrare. Questo perché sono stati aboliti gli assegni di ricerca, e l’unica forma contrattuale oggi a disposizione, il “contratto di ricerca”, fa sì che i più giovani debbano competere per lo stesso inquadramento con post-doc che hanno anche dieci anni di esperienza alle spalle. Una situazione di cui vedo che gli stessi dottorandi – ho parlato con molti di loro - sono poco o per nulla consapevoli.

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Credo che la proposta di riforma della ministra Bernini, contenuta nel ddl 1240, che il prof. Schiesaro critica perché moltiplicherebbe “senza necessità le figure ben oltre le due che esistevano prima della riforma”, sia invece importante e auspicabile nella parte in cui offre opportunità di carriera anche ai ricercatori più giovani. Ad esempio, le borse di assistenza alla ricerca mantengono per i giovani borsisti le tutele relative a malattia, maternità e iscrizione alla gestione separata INPS già previste dagli assegni di ricerca, e mantengono anche l’esenzione dall’IRPEF, a differenza dei contratti di ricerca. In tal modo, si agevolano soprattutto i gruppi di ricerca più piccoli e con meno fondi, che avrebbero molte difficoltà a coprire il costo (almeno biennale) di un contratto.

Anche rispetto all’analisi della valutazione della ricerca fatta dal prof. Schiesaro, in particolare in relazione al Fondo italiano per la Scienza (FIS), non posso che dissentire. In primo luogo, ritengo del tutto avulsa dalla realtà la descrizione dell’attività del Comitato nazionale per la valutazione della ricerca (CNVR) come “referaggio anonimo tra pari affidato prevalentemente a revisori non appartenenti al sistema italiano”. Tra i quindici componenti del CNVR, non ce n’è nemmeno uno che non sia legato al mondo accademico italiano: dato che è lo stesso CNVR a nominare i comitati di valutazione preposti ad esaminare i progetti partecipanti ai bandi FIS, a individuarne i presidenti e a effettuarne il coordinamento, è difficile postulare che il referaggio prescinda da chi appartiene al sistema italiano. Già questo basterebbe a dimostrare il disallineamento con le migliori prassi internazionali.

Nelle ultime settimane, nell’illustrare (anche sulla stampa) una mozione da me presentata che è stata poi approvata all’unanimità dall’Aula del Senato lo scorso 19 febbraio, ho evidenziato come, in realtà, la somiglianza tra i bandi FIS e quelli dello European research council (ERC) a cui sarebbero ispirati sia solo nominale.

Molte valutazioni ricevute dai vincitori del FIS 2, con cui ho avuto modo di confrontarmi all’indomani degli esiti, appaiono effettuate da un solo valutatore per progetto, oltre ad essere laconiche (composte di pochissime parole) e tanto generiche da risultare totalmente scollegate dal contenuto specifico del progetto. È impossibile ritenere queste valutazioni, nella forma in cui sono accessibili ai ricercatori, il risultato finale di una disamina scientifica. L’esatta antitesi di quello che è l’ERC, le cui valutazioni sono estese, composte di numerose pagine, approfondite, circostanziate e redatte da più valutatori per ogni progetto. Riporto solo uno dei tanti commenti ricevuti, particolarmente emblematico: “Dopo avere avuto una esperienza diretta con l’ERC di Bruxelles, aspettare un anno e mezzo per avere commenti scritti probabilmente da un chat bot è deprimente per me che ho vinto, non oso immaginare per gli altri”. E alla vittoria sono arrivati, in alcuni casi, meno del 3% dei progetti presentati. In altre parole, ogni Agenzia per la ricerca (che l’Italia non ha, unico paese in Europa) considererebbe questa percentuale di successo un fallimento in quanto insufficiente a creare, stimolare e mantenere l’humus culturale nazionale necessario al progredire di ricerche di frontiera.

Sono più che d’accordo con la necessità di stabilizzare date e importi dei fondi dedicati ai bandi pubblici competitivi per la ricerca, tanto da aver chiesto un impegno al governo su questo fronte con la mozione sopra citata, ma trovo del tutto inopportuna l’idea di “semplificazione” ventilata dal prof. Schiesaro per cui la funzione dei bandi Prin (Progetti di ricerca d’interesse nazionale, istituiti nel 2007) sarebbe stata “di fatto assorbita dai FIS”.

Un sistema della ricerca pubblica sano e competitivo con il resto d’Europa dovrebbe invece fondarsi su una linea di ricerca rappresentata dai Prin, vale a dire da bandi annuali finanziati sistematicamente e a data fissa, dedicati ai gruppi di ricerca, che permettono di fare rete su progetti di ricerca di base e che dovrebbero puntare a tassi di successo almeno del 25%. I bandi FIS dovrebbero rappresentare una linea autonoma, che miri a tassi di successo almeno al 14% come i bandi ERC, indirizzata ai singoli studiosi per progetti di ricerca di frontiera, preferibilmente o specificamente dedicata ai più giovani (a mio avviso), lasciando che chi è già a un livello più alto di esperienza competa e vinca nel contesto internazionale applicando ai bandi ERC.

I Prin sono il presupposto logico e scientifico dei FIS; pensare che i secondi possano essere un surrogato dei primi sarebbe un grave errore per la già martoriata ricerca italiana.

Docente alla Statale di Milano e Senatrice a vita

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