Verso l’8 marzo

UN Women, un Paese su 4 ha fatto passi indietro sui diritti delle donne

L’ente delle Nazioni Unite fotografa un mondo in cui la popolazione femminile resta ancora indietro nonostante 1.531 riforme in 189 Paesi negli ultimi 30 anni

di Giulia Cannizzaro

Sudan on February 9, 2025. (Photo by AFP)

6' min read

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Rappresentanza politica ancora esigua, discriminazione nel mondo del lavoro, maggior rischio di povertà, carichi di lavoro più pesante e alti tassi di violenza di genere. La fotografia che emerge anche quest’anno dal rapporto “Women’s Rights in Review 30 Years After Beijing” di Un Women, resta a tinte fosche, soprattutto a causa delle tensioni geopolitiche, delle guerre e delle crisi climatiche che hanno come vittime le persone più fragili socialmente, cioé le donne.

L’ente delle Nazioni Unite, che lavora per favorire il processo di crescita e sviluppo della condizione delle donne e della loro partecipazione pubblica, pubblica ogni anno un rapporto, in occasione della Giornata Internazionale della donna, che si basa sui dati relativi alla condizione femminile, forniti da 159 Paesi. Quest’anno i dati mostrano sì alcuni progressi che devono essere riconosciuti, ma allo stesso tempo evidenziano come un Paese su quattro denuncia un peggioramento in alcuni ambiti dei diritti delle donne nel 2024.

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A trent’anni dalla Quarta e ultima Conferenza Mondiale sulle donne di Pechino del 1995, dove i leader di 189 Paesi e oltre 30.000 attivisti hanno redatto una tabella di marcia per raggiungere la parità di diritti delle donne, non si è ancora realizzata la svolta che si era prospettata nella direzione di una maggiore equità di genere, nonostante il percorso di cambiamento abbia dato vita finora a un totale di 1.531 riforme in 189 Paesi per la promozione dell’uguaglianza di genere.

I progressi verso l’uguaglianza

Negli ultimi cinque anni, come specificato nel rapporto, non sono mancati progressi in materia di uguaglianza di genere, di diritti e di emancipazione delle donne in molti Paesi: circa l’88% ha approvato leggi e istituito servizi per eliminare la violenza contro le donne, la maggior parte ha vietato la discriminazione sul lavoro, mentre il 44% sta migliorando la qualità dell’istruzione e della formazione permanente.

Un altro trend positivo viene dalla politica. La percentuale di donne nei parlamenti è più che raddoppiata dal 1995, anche se la quasi totalità dei rappresentanti politici è ancora costituita da uomini. A livello globale, infatti, le donne rappresentano il 23% dei membri di governo a capo di ministeri e il 27% dei parlamentari. Ad oggi solo 87 Paesi al mondo hanno avuto una premier donna.

Negli ultimi cinque anni, alcuni Paesi si sono mossi verso la parità tra le strutture di governance, anche nelle posizioni non elettive. Ad esempio, la Spagna ha stabilito la parità di genere nelle nomine chiave del governo, mentre una rivoluzionaria riforma costituzionale del 2019 in Messico ha imposto la parità tra uomo e donna a tutti i livelli e rami del governo.

I dati sulla violenza di genere

Ma al di là dei progressi fatti in ambito legislativo, la realtà ci restituisce un’immagine della condizione femminile ancora segnata dalla discriminazione e dalla violenza di genere, domestica e non. Secondo quanto riportato da Un Women, infatti, a livello globale, la violenza contro le donne persiste e va avanti a ritmi allarmanti.

Ogni 10 minuti una donna viene uccisa da un partner o da un membro della sua stessa famiglia. Una donna su tre, circa 736 milioni in tutto il mondo, subisce nel corso della propria vita violenza fisica o sessuale da parte del partner o di un non familiare. Dal 2019, il 90% degli Stati ha dichiarato di aver introdotto o rafforzato le leggi sulla violenza contro le donne, mentre il 79% ha istituito, aggiornato o ampliato i piani d’azione nazionali per porre fine a questo fenomeno.

Nuove forme di violenza, poi, proliferano sul web. In 12 Paesi tra Europa e Asia centrale, il 53% delle donne adulte ha subito online almeno una volta, una qualche forma di violenza di genere. Come rilevato nel rapporto, i Paesi stanno lavorando per far fronte alle nuove minacce: 75 di loro, ad esempio, prevedono protezioni contro le molestie sessuali online. Basti pensare a leggi come l’ Online Safety Act in Australia e nel Regno Unito e l’AI Act dell’Unione Europea. Secondo l’Onu, però, la chiave per rendere più efficace la protezione delle donne anche online è la cooperazione internazionale. Il Global Digital Compact, documento adottato nel 2021 che però non è giuridicamente vincolante, fornisce la base per operare in questa direzione.

Una questione anche economica

La fragilità economica e la povertà sono spesso alla base dello svantaggio che ragazze e donne vivono a ogni latitudine che le pone nelle condizioni di non potersi autoderminare, di non essere indipendenti, di non aver garantita una qualità della vita minima e anche, nei casi più estremi, di non poter uscire da situazioni di violenza. Nel 2024 393 milioni di donne e ragazze hanno vissuto in condizioni di estrema povertà, secondo l’indagine delle Nazioni Unite, che stimano come un pacchetto di politiche che garantisca parità di salario, protezione sociale e servizi essenziali potrebbe ridurre questa cifra di 115 milioni entro il 2050. Ma proprio la parità salariale sembra ancora un miraggio. Le donne guadagnano in media il 20% in meno degli uomini.

La questione di genere, quindi, è anche e soprattutto una questione economica e il divario nel lavoro fra uomo e donna, è rimasto invariato per decenni. A livello globale, tra le persone di età compresa tra i 25 e i 54 anni, il 63% delle donne lavora, a fronte, invece, del 92% degli uomini.

Lo svantaggio è doppio, poi, se all’essere donna si somma l’essere madre. Su queste ultime, infatti, grava ancora in maniera quasi esclusiva la cura dei figli e della casa, dinamica che, dice l’Onu, impedisce alle donne di fare carriera.

I progressi degli ultimi 30 anni sono comunque innegabili se si guarda ai numeri: dal 1995, il numero di Paesi con leggi che vietano la discriminazione di genere in ambito lavorativo è aumentato da 58 a 162. Eppure 772 milioni di donne al mondo hanno impieghi precari e privi di protezione sociale.

Il nodo dell’istruzione

La parità fra uomo e donna passa anche attraverso un eguale accesso all’istruzione che deve essere garantito dagli Stati. Dai dati Onu emerge che le ragazze superano i ragazzi per quanto riguarda il completamento dell’istruzione secondaria superiore nella maggior parte delle regioni del mondo, ma per 59,5 milioni di ragazze adolescenti studiare non è un diritto fondamentale.

Segnali positivi arrivano dal settore digitale: a livello globale, infatti, la percentuale di donne che ha accesso a internet è aumentata dal 50% al 65% tra il 2019 e il 2024. Un miglioramento non sufficiente, però, per dare pari opportunità alle ragazze nelle materie Stem e soprattutto nella rivoluzione digitale che sta completamente ridisegnando il mondo del lavoro. Per riequilibrare questo gap il 70% dei 159 Paesi che hanno fornito dati all’Onu, ha segnalato di aver messo in campo misure per aumentare l’accesso delle donne alla formazione nell’ambito delle discipline Stem e nel settore digitale (nel 2019 era solo il 59%). Ma resta ancora molto da fare per colmare il divario.

Le discriminazioni di genere nella crisi climatica

I cambiamenti climatici stanno sconvolgendo gli equilibri naturali, causando disastri ambientali che mettono a rischio la salute e la sicurezza di ciascuno. A farne più pesantemente le spese anche in questo caso sono le donne.

Nello scenario climatico peggiore, sottolinea l’Onu, 236 milioni di donne e ragazze potrebbero trovarsi in una situazione di insicurezza alimentare entro il 2050. Anche perché sono la metà degli Stati (53%) ha dichiarato di aver introdotto o rafforzato leggi e politiche attente al genere in materia di riduzione del rischio di catastrofi e resilienza climatica e ambientale (era il 39% nel 2019).

Donne in guerra

Nell’ultimo decennio, con il moltiplicarsi delle crisi internazionali e dei conflitti armati, si è registrato un aumento del 50% di donne che vivono in zone di guerra. Se nel 2023, dice Un Women, la spesa militare globale raggiungeva il massimo storico di 2,44 trilioni di dollari all’anno, il doppio rispetto al livello del 1995, nello stesso anno circa 612 milioni di donne vivevano entro 50 km da almeno uno dei conflitti armati scoppiati nel mondo, con un aumento del 54% dal 2010. E se è vero che 112 Paesi hanno adottato piani d’azione nazionali volti a tutelare le donne e la loro sicurezza, solo il 28% di essi ha aumentato i fondi per implementarli.

Ed è proprio nelle situazioni di conflitto che le donne rischiano di subire maggiormente violenza, perché troppo spesso lo stupro viene usato come arma e le conseguenze sulle giovani generazioni e le generazioni future sono devastanti. Dal 2022, i casi di violenza sessuale legati ai conflitti armati sono aumentati, con il 50% delle donne che subisce il 95% di questi crimini.


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