Mercato

Una crisi strisciante riduce gallerie, antiquari e case d’aste (-2,5%)

In Italia poche medie imprese, in un anno persi il 3% dei player a Milano e Roma. Gli addetti restano stabili, ma rischio delocalizzazione se l’Iva non diventerà competitiva

«I’ll be your mirror», 2023 di Maria Hassabi. Courtesy The Breeder, Athens

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Se scendiamo nel dettaglio osserviamo che segnano un leggero calo le imprese femminili, pari al 31,1% del comparto, insieme a quelle giovanili (pari 4,6%) e a quelle straniere (6,7%).

I valori in campo

Se poi analizziamo il valore della produzione (ultimo dato utile è del 2023) 2.589 imprese su 3.280, cioè quasi l’80%, dichiara un volume d’affari sotto i 100mila euro, 367 (cioè l’11,2%) sotto i 250mila e dai 250mila al milione 186, per ridursi oltre il milione e fino ai 50 milioni a 138 operatori (pari al 4,2% del comparto). È quindi un universo composto da un piccolo numero di medie imprese che muovono il mercato dell’arte a fronte di moltissime micro imprese. Le prime 25 per valore della produzione cubano circa 250 milioni di euro. Le prime cinque imprese sopra i 15 milioni sono gallerie: Mattia De Luca, MDC, Continua, Lorcan O’Neill e Contini. La prima casa d’asta è Sotheby’s sopra i 10 milioni seguita sotto i 10 ed entro i 5 milioni da Il Ponte, Cambi, Pandolfini, Aste Bolaffi, Nac Numismatica e Finarte, Meeting Art e Wannenes Art Auctions.

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GLI OPERATORI DELL’ARTE

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(Fonte: Registro delle imprese, estrazione marzo 2025

Il mondo del lavoro e il governo

Anche il numero degli addetti descrive un comparto iper specializzato con un personale poco numeroso ma molto preparato, data la materia: nel 2024 gli addetti complessivi risultano essere 5.156, in leggera crescita dell’1,22% sul 2023, ma sostanzialmente stabili da 10 anni (-0,9%). A richiamare più personale sono le gallerie d’arte +6%, mentre antiquari e case d’asta hanno perso rispettivamente il 3,3% e lo 0,26% degli addetti. Crescono come forma sociale le società di capitale, le srl: in dieci anni passano da 764 a 954, diminuiscono le società di persone da 586 a 426 e le imprese individuali si riducono di un quarto.

La diffusione

La Lombardia e Milano si confermano le aree a più alto tasso di insediamento di imprese attive nel commercio di arte, rispettivamente con 666 e 379 operatori, sebbene anche in questa regione, centro degli scambi, la contrazione delle imprese si sia fatta sentire: -3,07% per Milano e -3,9% per la Lombardia, che ovviamente conta il maggior numero di addetti, 1.315 (erano 935 dieci anni fa), di cui 868 solo a Milano. Nella regione sono case d’asta (-5,77%) e gallerie (-4,5%) a perdere posizioni. La Toscana è la seconda regione per operatori dell’arte, presenti oltre che a Firenze in altre città d’arte come Lucca, Siena ed Arezzo. Roma difende la seconda posizione per densità di operatori: 309 (-3,13%) concentrati nella capitale su 359 nel Lazio. Anche qui la crisi però morde e sono gli antiquari a chiudere (-9%), seguiti dalle case d’asta (-5%). Seguono nella classifica delle città, come già negli altri anni, Torino, Firenze e Perugia, sono in controtendenza in espansione, oltre Genova, anche Bologna.

Così come anche tra le Regioni l’Emilia Romagna mostra un trend positivo e prende il posto della Campania, dove invece chiudono il 5% degli operatori, in particolare gallerie di arte moderna e contemporanea e antiquari, Napoli perde quasi il 7% delle imprese attive. In crescita, invece, le imprese attive in Veneto (grazie a Treviso, Belluno Padova e Verona, mentre Venezia perde il 44% degli operatori), in Liguria (grazie a Genova che guadagna il 5% e Savona) e in Calabria (grazie a Crotone e Reggio Calabria). «Gli oggetti antichi d’arte e di antiquariato rappresentano un elemento importante della nostra storia – dichiara Marco Accornero, segretario generale di Unione Artigiani e presidente della Consulta del territorio milanese della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi –. I settori legati alle antichità, pur mantenendo numeri significativi, mostrano però un calo a livello nazionale, anche se a Milano si torna al livello di dieci anni fa». Resta a questo punto da vedere se l’impossibile concorrenza con i Paesi vicini su Iva e circolazione dei beni artistici non metterà in difficoltà ulteriormente il settore e costringerà molti operatori a delocalizzare le attività in Paesi dove il commercio d’arte è sostenuto e promosso, considerato un’attività culturale a tutti gli effetti e non un orpello per ricchi collezionisti.

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