Scenari 2025

Una triplice crisi fiscale mette a rischio l’azione per il clima

Se le economie in via di sviluppo non riducono l’onere del debito, non possono investire nella resilienza climatica e nel ripristino ambientale

di Vera Songwe e Guido Schmidt-Traub

(Adobe Stock)

6' min read

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Un recente rapporto del Gruppo di esperti indipendenti su debito, natura e clima rivela che molte delle 144 economie in via di sviluppo del mondo si trovano su una traiettoria fiscale insostenibile. In media, questi Paesi spendono il 41,5% delle entrate di bilancio – o l’8,4% del Pil – per il servizio del debito, limitando fortemente la possibilità di effettuare investimenti pubblici nell’istruzione, nella sanità, nelle infrastrutture e nell’innovazione, che sono essenziali per la crescita economica.

Senza crescita e senza una maggiore flessibilità fiscale, il rimborso dei debiti sovrani diventa impraticabile. Di conseguenza, i Paesi in via di sviluppo hanno urgentemente bisogno di una massiccia iniezione di capitali a prezzi accessibili e, in alcuni casi, di una vera e propria riduzione del debito da parte dei creditori internazionali e nazionali.

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La crisi del debito dei Paesi in via di sviluppo è aggravata da due fattori correlati. Il primo è il cambiamento climatico: le temperature globali sono già aumentate di 1,2°C e si prevede che aumenteranno di altri 0,2-0,3°C per decennio. Questo “debito climatico” sta imponendo un tributo enorme, con danni nei Paesi vulnerabili – attualmente stimati a circa il 20% del Pil – che ne bloccano lo sviluppo economico. Solo negli ultimi mesi, inondazioni record hanno colpito la Spagna, il Nepal e parti dell’Africa occidentale, incendi senza precedenti hanno devastato il Canada, il Brasile e la Bolivia, e gli uragani Helene e Milton hanno colpito i Caraibi, l’America centrale e gli Stati Uniti sudorientali. In Ciad, le piogge torrenziali hanno provocato inondazioni diffuse, colpendo 1,9 milioni di persone dalla fine di luglio.

La crisi della natura

Altrettanto urgente, anche se meno compresa, è la crisi della natura. Gli ecosistemi naturali agiscono come un cuscinetto cruciale contro il cambiamento climatico, assorbendo metà dell’anidride carbonica prodotta dall’attività umana. Ma la deforestazione e i cambiamenti nella destinazione d’uso dei terreni stanno erodendo le difese naturali del pianeta: la maggior parte delle foreste del mondo – compresa l’Amazzonia – ora emette più CO2 di quanta ne assorba, accelerando così la crisi climatica invece di mitigarla.

Gli ecosistemi naturali generano anche la metà delle precipitazioni necessarie all’agricoltura e alla sopravvivenza umana, mentre il resto è fornito dalle nuvole formate dagli oceani. Ma la deforestazione in Amazzonia e nel Queensland sta già minacciando l’agricoltura in regioni come il Cerrado e l’Australia orientale. La situazione in Africa è altrettanto preoccupante: la Nigeria, che ha il più alto tasso di deforestazione al mondo, negli ultimi cinque anni ha perso più della metà delle sue foreste residue a causa del disboscamento, dell’agricoltura di sussistenza e della raccolta di legna da ardere.

Questo “debito con la natura” continua a crescere a un ritmo allarmante, con 7mila miliardi di dollari che si riversano ogni anno in industrie che favoriscono la deforestazione, la pesca eccessiva e altre pratiche distruttive. Nel 2022, invece, i progetti naturalistici hanno ricevuto solo 200 miliardi di dollari.

L’insieme di queste forze ha creato una tripla crisi del debito che minaccia la stabilità economica e politica dei Paesi più poveri del mondo. Il famoso adagio di Ernest Hemingway sul modo in cui si va in bancarotta – «gradualmente, poi all’improvviso» – vale anche per le economie in via di sviluppo: se non riducono l’onere del debito, non possono investire nella resilienza climatica e nel ripristino ambientale. E se non si pone un freno alla perdita di natura e non si riducono le emissioni di gas serra, il mondo rischia di attraversare punti critici di svolta che aggraveranno la crisi del debito climatico, con gravi conseguenze macroeconomiche.

Data la posta in gioco, la comunità internazionale deve unirsi nell’ambito del Quadro Comune del G20 per facilitare un accordo globale sugli investimenti che promuova la crescita sostenibile fornendo ai Paesi in via di sviluppo finanziamenti a lungo termine a prezzi accessibili e, ove necessario, una rapida ristrutturazione del debito.

Il raggiungimento di questo obiettivo richiede una leadership decisa. Il G20 deve dimostrare il suo impegno per la responsabilità fiscale adottando solidi obiettivi di riduzione delle emissioni che stimolino la crescita globale senza innescare un’altra impennata inflazionistica. Sebbene la maggior parte dei Paesi del G20 abbia abbracciato la decarbonizzazione e la crescita verde come percorsi di sviluppo economico, essi devono anche condividere tecnologia e competenze con le economie a basso reddito. I Paesi indebitati, schiacciati da alti costi di finanziamento, non possono raggiungere la neutralità del carbonio senza meccanismi finanziari innovativi, finanziamenti a fondo perduto e supporto tecnico.

Pochi investimenti in soluzioni climatiche

Purtroppo, le riunioni annuali del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale di quest’anno, insieme alla Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità tenutasi in ottobre in Colombia, hanno rivelato che i leader globali e le istituzioni finanziarie non sono ancora disposti a investire in soluzioni climatiche della portata necessaria. Ciò è sorprendente, dato che gli investimenti nella resilienza climatica e ambientale producono elevati ritorni economici. Le agenzie di rating hanno già declassato diversi piccoli Stati insulari e altri Paesi vulnerabili al clima, facendo così aumentare i costi dei prestiti e rischiando di intrappolarli in un circolo vizioso di instabilità finanziaria e ambientale. Questi Paesi non hanno solo bisogno di un sollievo temporaneo per rimanere a galla, ma hanno bisogno di risorse che li aiutino a raggiungere una crescita sostenibile.

Oltre ai vincoli fiscali imposti dall’attuale crisi del debito, emergono due ostacoli fondamentali all’azione globale per il clima. In primo luogo, i quadri macroeconomici – compresa l’Analisi di sostenibilità del debito (Asd) dell’Fmi – non riconoscono ancora come produttivi gli investimenti nella resilienza climatica. Sebbene l’Fmi abbia iniziato ad affrontare questo problema nella sua revisione della Asd, il processo rimane lento ed eccessivamente complesso.

Per promuovere lo sviluppo sostenibile, l’Fmi e la Banca Mondiale devono adottare le raccomandazioni del gruppo di esperti indipendenti e incorporare gli effetti degli shock climatici immediati e dei rischi ambientali a lungo termine nelle loro proiezioni macroeconomiche e fiscali di base. Dovrebbero inoltre tenere conto dei risparmi sui costi e della maggiore stabilità economica derivanti dal finanziamento anticipato delle catastrofi, dagli investimenti per il rafforzamento della resilienza e dalle soluzioni assicurative.

Sostegno ai Paesi in via di sviluppo

Il secondo ostacolo, più politico, a un’azione efficace sul clima è la mancanza di sostegno internazionale ai governi dei Paesi in via di sviluppo che cercano di investire nella resilienza climatica. Questo alimenta il cinismo nei confronti dei Paesi ricchi, le cui ripetute promesse di fornire finanziamenti per il clima rimangono in gran parte non mantenute. Di conseguenza, i Paesi in via di sviluppo si trovano in una doppia trappola: senza uno sgravio immediato, non possono sfuggire alla trappola del debito climatico; e senza i finanziamenti necessari, faticano a elaborare strategie di investimento credibili, riducendo così le loro possibilità di ricevere i finanziamenti agevolati di cui hanno urgentemente bisogno.

Sebbene la revisione dei finanziamenti per il clima in corso da parte del G20 sia un primo passo promettente, è necessario fare molto di più. Per mobilitare i mille miliardi di dollari di finanziamenti esterni proposti dal Gruppo indipendente di esperti di alto livello sui finanziamenti per il clima è necessaria una revisione sistemica che comprenda l’aumento dei prestiti delle banche multilaterali di sviluppo, la fornitura di altri 100 miliardi di dollari all’Associazione Internazionale per lo Sviluppo e la promozione di una maggiore cooperazione tra governi, settore privato e organizzazioni filantropiche.

L’anno prossimo i Paesi ricchi avranno la rara possibilità di dimostrare che i loro impegni di finanziamento per il clima non sono solo chiacchiere. Il vertice del G20 del prossimo anno in Sudafrica, l’anno giubilare della Chiesa cattolica e la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Brasile (COP30) potrebbero far avanzare un accordo sul debito sovrano e aumentare significativamente gli investimenti nella resilienza climatica.

Nel frattempo, l’Fmi, la Banca Mondiale e le altre istituzioni multilaterali devono collaborare con i governi lungimiranti, il settore privato e altri alleati per dimostrare che investire nella resilienza può migliorare notevolmente i risultati economici. Solo così il mondo potrà superare la tripla crisi del debito e aprire la strada a un futuro sostenibile.

Vera Songwe, fondatrice e presidente della Liquidity and Sustainability Facility, è consulente senior presso l’Istituto per la Stabilità Finanziaria della Banca dei Regolamenti Internazionali e copresidente del Gruppo di Esperti della Taskforce del G20 per una Mobilitazione Globale Contro il Cambiamento Climatico. Guido Schmidt-Traub, ex direttore esecutivo del Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite, è partner di Systemiq.

Copyright: Project Syndicate, 2024.

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