Una triplice crisi fiscale mette a rischio l’azione per il clima
Se le economie in via di sviluppo non riducono l’onere del debito, non possono investire nella resilienza climatica e nel ripristino ambientale
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Un recente rapporto del Gruppo di esperti indipendenti su debito, natura e clima rivela che molte delle 144 economie in via di sviluppo del mondo si trovano su una traiettoria fiscale insostenibile. In media, questi Paesi spendono il 41,5% delle entrate di bilancio – o l’8,4% del Pil – per il servizio del debito, limitando fortemente la possibilità di effettuare investimenti pubblici nell’istruzione, nella sanità, nelle infrastrutture e nell’innovazione, che sono essenziali per la crescita economica.
Senza crescita e senza una maggiore flessibilità fiscale, il rimborso dei debiti sovrani diventa impraticabile. Di conseguenza, i Paesi in via di sviluppo hanno urgentemente bisogno di una massiccia iniezione di capitali a prezzi accessibili e, in alcuni casi, di una vera e propria riduzione del debito da parte dei creditori internazionali e nazionali.
La crisi del debito dei Paesi in via di sviluppo è aggravata da due fattori correlati. Il primo è il cambiamento climatico: le temperature globali sono già aumentate di 1,2°C e si prevede che aumenteranno di altri 0,2-0,3°C per decennio. Questo “debito climatico” sta imponendo un tributo enorme, con danni nei Paesi vulnerabili – attualmente stimati a circa il 20% del Pil – che ne bloccano lo sviluppo economico. Solo negli ultimi mesi, inondazioni record hanno colpito la Spagna, il Nepal e parti dell’Africa occidentale, incendi senza precedenti hanno devastato il Canada, il Brasile e la Bolivia, e gli uragani Helene e Milton hanno colpito i Caraibi, l’America centrale e gli Stati Uniti sudorientali. In Ciad, le piogge torrenziali hanno provocato inondazioni diffuse, colpendo 1,9 milioni di persone dalla fine di luglio.
La crisi della natura
Altrettanto urgente, anche se meno compresa, è la crisi della natura. Gli ecosistemi naturali agiscono come un cuscinetto cruciale contro il cambiamento climatico, assorbendo metà dell’anidride carbonica prodotta dall’attività umana. Ma la deforestazione e i cambiamenti nella destinazione d’uso dei terreni stanno erodendo le difese naturali del pianeta: la maggior parte delle foreste del mondo – compresa l’Amazzonia – ora emette più CO2 di quanta ne assorba, accelerando così la crisi climatica invece di mitigarla.
Gli ecosistemi naturali generano anche la metà delle precipitazioni necessarie all’agricoltura e alla sopravvivenza umana, mentre il resto è fornito dalle nuvole formate dagli oceani. Ma la deforestazione in Amazzonia e nel Queensland sta già minacciando l’agricoltura in regioni come il Cerrado e l’Australia orientale. La situazione in Africa è altrettanto preoccupante: la Nigeria, che ha il più alto tasso di deforestazione al mondo, negli ultimi cinque anni ha perso più della metà delle sue foreste residue a causa del disboscamento, dell’agricoltura di sussistenza e della raccolta di legna da ardere.


