Waters a Roma per la mostra sui Pink Floyd: «Ma il mondo ha problemi più importanti»
di Francesco Prisco
ai preferiti su Google
4' min read
4' min read
Siamo qui per parlare dei Pink Floyd, ma non per lodarli. Siamo qui per presentare la mostra «The Pink Floyd Exhibition: their mortal remains», in corso al Macro di Roma dal 19 gennaio all’1 luglio, ma non vi illudete: «Tutto quello che abbiamo fatto mi interessa fino a un certo punto. Sono più interessato a voi che alle cose che ho fatto 40 o 50 anni fa. Abbiamo realizzato cose che sono rimaste come Dark Side of the Moon, ne sono orgoglioso, ma c’è tanto altro. Cose più importanti che guardare al passato, come ciò che stanno vivendo le popolazioni di Ecuador e Palestina, i Rohingya. Se posassimo questi telefonini e provassimo a capire quanto è difficile la situazione, sarebbe già un buon inizio».
Così parlò Roger Waters, bassista, paroliere e ideologo dei quattro di Cambridge. Invitato d’onore, insieme con il batterista e sodale floydiano Nick Mason, all’anteprima dell’esposizione sui 50 anni della band, allestita dal Victoria & Albert Museum e bestseller a Londra, vede la mostra per la prima volta a Roma, a una manciata di chilometri da Anzio, dove suo padre perse la vita in guerra, vicenda personale che il rock ha trasformato in epica. «Sono molto legato a questi posti», sottolinea. E com’è la mostra? «Mi ha portato tanti ricordi alla memoria», risponde. Ma, come ormai suo solito da decenni quando appare in pubblico, è «più interessato al presente».
Mr. Waters - in procinto di tornare a esibirsi in Italia con tre date al Forum di Assago e all’Unipol Arena di Casalecchio ad aprile e i due maxishow delle mura storiche di Lucca e del Circo Massimo di Roma a luglio - è «preoccupato dalla razza umana e dalle nuove generazioni, troppo impegnate a guardare iPhone e Samsung. Non ho nulla contro questa mostra: avrà molto successo, però la storia parallela è una cosa che ci consuma molto di più. Ci troviamo su un treno espresso verso l’estinzione. Quella raccontata dalla mostra è una storia interessante, ma la storia che viviamo tutti i giorni è una storia di grande precarietà».
Di lì alla rievocazione del brano Echoes, «inizio del mio percorso di autorealizzazione», il passo è breve: «Alla fine siamo tutti Homo sapiens, parte di un gruppo genetico specifico, nato in Africa. Siamo tutti africani, cosa che dovremmo tenere sempre ben presente. Oggi vivo negli Stati Uniti, dove la gran parte dei soldi che spendo in tasse viene usata per gli armamenti. La politica sta diventando una sorta di proto-fascismo, praticamente ovunque. Ci dovrà essere un risveglio. Dovremo prima o poi riunirci contro questo stato di cose, o saranno guai».
E così, a indossare i panni del padrone di casa al Macro, deve pensarci Mason: «Spero di poter continuare a portare questa mostra in giro per il mondo. Riguardandola, ora, mi viene da pensare che il nostro viaggio sembra molto più premeditato di quello che è stato nella realtà dei fatti. Le cose, nella realtà, sono semplicemente accadute. Il partenariato con V&A è stato molto importante. Ci ha permesso di considerare come lavoravamo».
Tutto cominciò con un furgone
E così, dopo l’idea iniziale di un debutto mondiale a Milano nel 2015, poi sfumato, tocca finalmente l’Italia l’ambizioso progetto espositivo sulla storia dei Floyd. Ideata da Storm Thorgerson e sviluppata da Aubrey «Po» Powell di Hipgnosis, che ha lavorato in stretta collaborazione con Mason (consulente della mostra per conto della band) «The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains» è un viaggio audiovisivo nei 50 anni di carriera dell’iconico gruppo rock e offre una visione inedita ed esclusiva del mondo dei Pink Floyd. Esposti in mostra oltre 350 oggetti, mai visti prima, che rappresentano i diversi momenti della storia floydiana, a partire dalla gigantesca ricostruzione del furgone Bedford che usavano per i tour a metà degli anni Sessanta.
La mostra racconta quale fu il ruolo della band nel cruciale passaggio culturale dai Sixties all’età del prog. Grazie al caratteristico approccio sperimentale – che rese il gruppo inglese esponente di spicco del movimento psichedelico che cambiò per sempre l’idea della musica in quegli anni – la band venne riconosciuta come uno dei fenomeni più importanti della scena musicale contemporanea.

