Zhengfei (Huawei): «Non sono il principe del male. Noi più forti dell’attacco Usa»
di Andrea Biondi - Dal nostro inviato a Shenzhen
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«Le sembro un principe del male? Le faccio paura?». Risponde ridendo Ren Zhengfei alla domanda sulla opportunità di riporre fiducia in una realtà come Huawei, che lui ha fondato nel 1987 e che da mesi ormai è al centro del dibattito internazionale alimentato anche dall’arresto lo scorso dicembre in Canada di Meng Wanzhou, classe 1972, sua figlia e cfo di Huawei. Violazione dell’embargo con l’Iran l’accusa. Un pretesto per colpire Huawei sacrificandola sull’altare della guerra commerciale fra Usa e Cina la replica da parte dell’azienda, con la convinzione che sulla supremazia tecnologica incarnata dal 5G si giocheranno i futuri equilibri mondiali.
Huawei, colosso da 105 miliardi di dollari di fatturato nel 2018 (per il 48,4% da smartphone e tablet; per il 40,8% dal business delle reti e per la restante parte dalle soluzioni per le imprese), numero uno mondiale nella costruzione delle reti e numero due nella produzione di smartphone ha rappresentato e rappresenta il catalizzatore dello scontro. Zhengfei, nella sua prima intervista concessa ad alcuni media italiani, fra cui Il Sole 24 Ore, risponde colpo su colpo alle accuse che si tratti di scarsa trasparenza o di Trump. E chi vuole intendere intenda quando parla della tecnologia come mezzo per sovvertire un mondo in cui «i poveri si impoveriscono sempre di più e i ricchi si arrichiscono sempre di più».
Huawei per Zhengfei è come l’aereo Ilyushin Il-2, della seconda Guerra Mondiale, visto su Internet e di cui si è innamorato perché «colpito, con un corpo pieno di buchi tranne il cuore che sta ancora battendo». All’esterno lo sforzo è invece presentare Huawei come una società aperta, in grado di costruire un nuovo quartier generale-maxicampus per dipendenti da 1,3 miliardi di euro, ispirato a città europee (si riconoscono monumenti di Bologna e Verona). Una società che non deve essere guardata dall’alto in basso quanto a governance con impianto – viene spiegato - costruito in tre anni e che prevede, fra le varie cose, una “Union” dei dipendenti per la cui composizione è stato necessario un anno, a partire dalla individuazione delle liste di candidati.
In un’ora e mezza di intervista non mancano elementi di diplomazia come quando Zhengfei dichiara che «gli Usa rimarranno il Paese più potente del mondo per scienza e tecnologia». Ma, forse anche perché dopo le dichiarazionidi Trump al G20 «non abbiamo visto cambiamenti» i segnali di distensione lasciano presto spazio agli affondi con il ceo che sottolinea come gli Usa abbiano iniziato a muoversi contro Huawei sul 5G perché diventati consapevoli «del sorpasso di Huawei», cosa che impedirà agli Usa «di installare backdoors (le “porte” attraverso cui carpire informazioni, ndr.) e fare spionaggio». E un messaggio, neanche troppo sibillino, il 75enne Zhengfei – ex ufficiale dell’esercito e per questo spesso accusato di guidare una longa manus cinese - lo indirizza anche all’Europa: meglio non «legarsi troppo al carro Usa» e cercare invece di sfruttare le opportunità del mercato cinese. Che si tratti di Italia o Europa, su un punto Zhengfei, che ama esprimersi per metafore, non ha dubbi: «Huawei è l’unica azienda al mondo in grado di costruire una rete 5G Stand alone», la più performante. L’alternativa? Perdere il treno dello sviluppo. Anche perché «il sistema 5G funziona in serie e non in parallelo». Quindi usare più vendor da affiancare a Huawei può non portare benefici perché «se anche mettessimo le uova in due cestini, una volta rotto uno dei due, tutto il sistema si distruggerebbe».
In passato avrà concesso solo due o tre interviste. Ma dopo la detenzione di sua figlia la situazione è cambiata. È dipeso da questo?
