Zuckerberg, vizi e virtù dello startupper che si fece «re del mondo»
di Alberto Magnani
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Almeno su questo, Mark Zuckerberg è sempre stato trasparente: «Non sono né di destra né di sinistra». Nel senso che non si riconosce in nessuna delle due. Oppure che le finanzia entrambe, con un leggero sbilanciamento a destra. È da anni che i media statunitensi si interrogano sull’identità politica di «Zuck», fondatore di Facebook e del suo impero da 500 miliardi di dollari. La domanda di rito è appunto se Zuckerberg sia un democratico o un repubblicano, secondo lo schematismo fra progressisti e conservatori nel Congresso americano. Ma le informazioni ufficiali sono poche e le dichiarazioni di Zuckerberg laconiche. A dire poco. Il numero uno di Facebook ha votato solo una volta, nel 2008, senza esternare la sua preferenza, mentre la sua autocollocazione politica sfuma sempre nell’astratto. «Sono a favore dell’economia della conoscenza», ha dichiarato nel 2013 al Wall Street Journal. In altre parole del suo stesso business, perché sotto l’etichetta di knowledge economy rientrano tutti i settori presidiati da Facebook, dal web marketing all'’intelligenza artificiale.
Zuckerberg sembrava uscito allo scoperto dopo l’elezione di Trump, schierandosi apertamente contro le misure protezionistiche e di restrizione degli ingressi, tanto da far vociferare una sua discesa in campo. Oggi si trova incastrato nel ruolo di fiancheggiatore (involontario?) dei successi elettorali del tycoon e della Brexit, in teoria agli estremi opposti dell’orizzonte di un’economia globale. Forse però l’ideologia di Zuckerberg tiene davvero fede alla terzietà rivendicata dal miliardario e, prima di lui, dall’intera Silicon Valley. Né a destra, né a sinistra, ma verso «il rinascimento digitale». E ai profitti che ne derivano.
Come la pensa Zuckerberg. Secondo Zuckerberg
Il documento più vicino a un manifesto di pensiero di Zuckerberg è la lettera pubblicata a febbraio 2017, direttamente dal suo profilo Facebook: «Building global community», costruire una comunità globale. Il testo non concede alcun endorsement, ma è quanto di più politico sia mai uscito dalla tastiera del miliardario più giovane al mondo. Zuckerberg tratteggia l’obiettivo di una «comunità globale», capace di potenziare i benefici dell’economia digitale senza ignorare le tensioni latenti su scala internazionale, dal terrorismo al cambiamento climatico. Su questo sfondo, serve una «infrastruttura sociale che ci supporti, tenga al sicuro, informi, coinvolga politicamente e includa». La principale candidata è ovviamente Facebook, nella veste di collante invisibile per le esigenze più diverse: contrasto alle notizie false, monitoraggio della sicurezza degli utenti (per esempio con i Safety check, le notifiche per rassicurare gli amici quando ci si trova in zone colpite da attentati o calamità naturali), coinvolgimento politico («Abbiamo aiutato 2 milioni a registrarsi e ad andare a votare»), diffusione libera di informazioni.
L’ideologia della Silicon Valley
Per quanto sembri irrituale agli occhi europei, la commistione fra target aziendali e progetti politici appartiene alla cultura americana. E a maggior ragione a quella della Silicon Valley, dove le «utopie globaliste» devono necessariamente confrontarsi o scontrarsi con le volontà del parlamento. Per esempio la battaglia di Zuckerberg e altri guru digitali contro il muslim ban, il veto di Trump all’ingresso negli Usa di cittadini da sette paesi a maggioranza islamica, nasce da una motivazione più logistica che ideale: l’attrazione di professionisti qualificati nelle proprie aziende, intralciata da politiche di irrigidimento delle entrate e del rilascio di visti sul medio termine. Secondo il Center for responsive politics, un gruppo di ricerca no-profit di Washington, Zuckerberg ha speso almeno 600mila dollari in attività di lobbying (pressione politica) nel 2013 per favorire la riforma dell’immigrazione dell’allora governo Obama.
Nadia Urbinati, politologa in cattedra alla Columbia University di New York, spiega che sono colossi come Facebook a cambiare le regole del gioco politico. Prima ancora che la politica, il diritto e la stessa economia se ne accorgano: «Noi siamo meno abituati alle interconnessioni sistemiche fra corporation e azione politica, - spiega Urbinati - mentre queste corporation stanno cambiando il modo di pensare politico, introducendo una concezione nuova, autonoma che va oltre gli stati nazionali». La «concezione nuova» dei colossi delle tecnologie non è del tutto priva di un respiro ideale, anche solo come conseguenza della sua ricerca di profitto. «Il settore connesso al digitale ha una forte connotazione ideologica: il pensiero che sia possibile unificare l’intero globo a livello comunicativo, svecchiando le forme interpersonali di comunicazione e facendo in modo di andare al di là del linguaggio attuale», spiega Urbinati. «Chiamiamolo umanesimo post digitale: che ci piaccia o no, questo è il futuro». Zuckerberg e colleghi cavalcano un’evoluzione già segnata proprio da l successo di Trump o, per tornare in Italia, dall’ascesa dei Cinque stelle: la fine dei «moribondi partiti», come li ha chiamati Davide Casaleggio nel suo articolo sul Washington Post, in favore delle forze che riescono a capitalizzare il potere di aggregazione del Web. «Questo, in Italia, è stato intuito da Grillo - fa notare Urbinati - ricordiamo che l’esperienza della Casaleggio arriva da Olivetti, che coltivò l’utopia di uan democrazia senza i partiti, come Simone Weil» .

