Fed, troppi sgambetti rischiano di fare danni
di Donato Masciandaro
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La Federal Reserve americana continua a fare sgambetti all’economia e ai mercati, offrendo informazioni opache e fuorvianti sul corso della politica monetaria. È una condotta che produce danni, sia in termini di andamenti macroeconomici, che di tutela della stessa indipendenza della banca centrale rispetto alle ingerenze del presidente Donald Trump. Gli unici a poterne trarre vantaggi sono i burocrati della stessa Fed, a partire
dal suo presidente Jerome Powell.
Nel corso della settimana la banca centrale americana (Fed) ha comunicato le sue decisioni, che possono essere così riassunte: non ci sono cambiamenti nella politica dei tassi, e neppure nella politica della gestione delle operazioni in titoli sui mercati; allo stesso tempo, le probabilità che in futuro ci siano cambiamenti in senso espansivo, ovvero restrittivo, sono identiche. In breve: dalla Fed non sono arrivati né fatti, né parole.
L’annunzio ha creato disappunto nei mercati. La ragione è semplice: gli annunzi della Fed non consentono agli operatori di comprendere la strategia che la banca centrale adotta nella gestione della politica monetaria rispetto all’andamento dell’economia, inclusa la possibilità di turbolenze non attese. Questo in una moderna economia di mercato è un grave difetto per un banchiere centrale.
L’andamento dell’economia americana condiziona la politica monetaria, ma ne è a sua volta influenzato; per cui la Fed dovrebbe essere trasparente sulle caratteristiche di tale interazione, cioè della cosiddetta funzione di reazione. La funzione di reazione della Fed dovrebbe avere come target sia l’andamento dell’inflazione che quello della disoccupazione, in conformità del suo mandato istituzionale. Nei fatti, il target della Fed è orbo: dal 2012 sappiamo che l’obiettivo della crescita dei prezzi al consumo è pari al due per cento, mentre non sappiamo nulla dell’obiettivo occupazionale. Il target orbo danneggia la formazione delle aspettative, mentre aumenta la discrezionalità della Fed. Ma questo è un danno, perché ne indebolisce il ruolo in presenza di pressioni: da un lato da parte di Wall Street, dall’altro lato da parte del presidente Trump.
Ma il target orbo non è l’unica opacità. Lo scorso autunno il presidente Powell affermò che i tassi erano lontani dal loro livello neutrale - cioè quel livello in cui la politica monetaria non ha bisogno di essere né espansiva né restrittiva - e successivamente sempre lo stesso Powell dichiarò che il sentiero della politica monetaria era guidato da un pilota automatico. Il combinato disposto delle due informazioni lacunose – omissione della definizione del livello dei tassi neutrale con un generico riferimento ad automatismi – fece dedurre ai mercati che il 2019 sarebbe stato un anno di normalizzazione della politica monetaria, sia in termini di aumento dei tassi sia di riduzione della crescita della liquidità.

