Spagna al voto: 5 partiti e due coalizioni possibili. Rebus maggioranza
di Luca Veronese
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DAL NOSTRO INVIATO
MADRID - Cinque partiti, due coalizioni (ancora da realizzare) e nessuna maggioranza. Dalle elezioni più confuse e incerte della storia spagnola, le terze in tre anni e mezzo, uscirà un Parlamento molto frammentato e apparentemente incapace di esprimere un blocco di governo.
Negli ultimi sondaggi diffusi prima dello stop elettorale, i Socialisti del premier uscente Pedro Sanchez staccano tutti i contendenti arrivando al 29,6% dei consensi; i conservatori del Partito popolare si fermano invece al 20 per cento; seguono i liberali conservatori di Ciudadanos con il 14,6% delle intenzioni di voto; la sinistra anticapitalista di Podemos raggiunge il 14 per cento; l'estrema destra di Vox ottiene con l'11,1% un risultato straordinario che segna l'ingresso in Parlamento di un partito xenofobo e nazionalista per la prima volta dalla morte del dittatore Franco.
Molto alta l’affluenza: il ministero dell’Interno ha comunicato che alle 18 ha votato il 60,7% degli aventi diritto, oltre 9 punti in più del 2016, quando l’affluenza si era fermata al 51,2 per cento. In forte rialzo la partecipazione al voto in Catalogna, al primo test elettorale dopo il fallito tentativo di secessione nel 2017: alle 18 era oltre il 64%, contro il 46% alla stessa ora del 2016.
L’ipotesi di due coalizioni (tutte da definire)
Gli appelli elettorali finali dei leader della sinistra e della destra - ai 36,9 milioni di elettori e soprattutto al 30% di loro ancora indecisi - hanno fatto chiaramente intendere che sono due le coalizioni possibili, anche se tutte da definire. Divise più che dalla politica sociale e dalle ricette economiche o dall'atteggiamento verso l'Europa, dalla questione catalana, dalla risposta più o meno dura da dare alle rivendicazioni di indipendenza della Catalogna: il tema centrale di tutta la campagna elettorale.
Sanchez, più morbido nei confronti di Barcellona, ha aperto a un nuovo accordo con Podemos e con Pablo Iglesias: «Non vedo alcun problema a governare con ministri di Podemos», ha detto il premier socialista ricordando che “arrivare primi tra i partiti non vuol dire vincere le elezioni» e che «la vera vittoria è governare». Nel fronte di destra e unionista, Pablo Casado, il nuovo leader dei Popolari sta proseguendo sulla linea dura del suo predecessore Mariano Rajoy minacciando di commissariare l'autonomia di Barcellona e si è proposto come «l'unica alternativa a Sanchez per mettere d'accordo i partiti vicini ed evitare la paralisi del Paese», indicando tra gli amici oltre ad Albert Rivera con Ciudadanos anche Vox con il suo capo Santiago Abascal.
Una coalizione di sinistra formata dai Socialisti e da Podemos riuscirebbe a conquistare 164 seggi nel Parlamento spagnolo che conta in tutto 350 seggi, restando quindi ben sotto i 176 deputati necessari per ottenere la maggioranza. Mentre la coalizione di destra tra Popolari, Ciudadanos e Vox arriverebbe a 154 seggi. A dividersi i seggi rimanenti sarebbero i partiti nazionalisti regionali; quello basco e quelli della Catalogna che potrebbero quindi essere di nuovo decisivi per la formazione del governo. «I sondaggi della vigilia elettorale - spiega Angel Talavera di Oxford Economics – indicano un rischio molto alto che entrambe le coalizioni, di sinistra e di destra, non raggiungano in Parlamento i voti per governare. I negoziati tra partiti devono ancora iniziare ma credo che la probabilità di un secondo voto sia elevata, intorno al 50 per cento». La Spagna e la sua economia hanno tuttavia già dimostrato nel recente passato di saper resistere anche a prolungate fasi di vuoti di potere, di governi in carica senza piene funzioni, di governi senza maggioranza.
