Tra politica e finanza, l’incognita cinese nel capitale di Psa
Dongfeng risultava pronta a cedere la propria quota in Psa ma ora è in dubbio
di Laura Galvagni
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Lo scorso agosto sembrava che i cinesi di Dongfeng fossero a un passo dal cedere la propria quota in Psa. Ora che cosa faranno? La domanda non è marginale e per due ragioni. La presenza del costruttore cinese offre delle opportunità ma allo stesso tempo può rappresentante un’incognita.
Una partita tra politica e finanza
Le opportunità sono evidentemente tutte legate al fatto che l’alleanza con una delle principali compagnie asiatiche può aprire le porte del mercato del Far East al maxi gruppo dell’auto che nascerà dalla fusione tra Fca e Psa. Le perplessità riguardano invece il passaporto di Dongfeng e il Dna per metà americano di Fiat Chrysler: un binomio che, nell’epoca dei dazi, non sempre può risultare vincente.
Ecco perchè capire il peso e il ruolo che i cinesi avranno nel futuro gruppo non è un aspetto da sottovalutare. Al momento, tuttavia, affermare con esattezza quali saranno le loro mosse può risultare complicato.
Occhi puntati sulle mosse di Dongfeng
Gli elementi noti attorno ai quali si può ragionare sono sostanzialmente tre: ora hanno il 12,23% di Psa che si trasformerà in poco più del 6% della holding che aggregherà le due compagnie; hanno sottoscritto l’accordo di standstill, e di conseguenza non acquisteranno azioni della capogruppo per i sette anni successivi al closing, ma non l’accordo di lock up, tanto che assieme a Bpifrance Participations SA (la Cdp d’Oltralpe), sono candidati a poter cedere alla famiglia Peugeot fino al 2,5% della holding.
Ora tutto ruota attorno al tipo di approccio che Dongfeng intende avere rispetto alla partecipazione diluita: la considera una quota industriale o finanziaria? Se dovessero ritenere quel pacchetto strategico è altrettanto probabile che vogliano poter vigilare sull’evoluzione della società e questo potrebbe avvenire solo con la presenza in cda.
