Dal Prosecco all’Amarone, ecco dove si beve vino italiano nel mondo
In quali nazioni piacciono di più i vini italiani? Il Chianti e il Brunello negli Usa, il Prosecco nel Regno Unito e l'Asti in Russia sono le destinazioni top per le principali tipologie
di Giorgio dell'Orefice
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Brunello, Nobile di Montepulciano e Chianti classico negli Stati Uniti, Barolo e Barbaresco in Canada, l’Amarone che riconquista estimatori in Germania, il Prosecco che spopola nel Regno Unito e l’Asti che si riprende le posizioni perdute in Russia. Sono questi i trend dei principali vini a denominazione d’origine made in Italy o meglio di quelli più export oriented secondo quanto emerge da uno studio realizzato da Wine Monitor di Nomisma per Il Sole 24Ore su dati delle Dogane e relativi ai primi dieci mesi del 2019.
Le cinque denominazioni sono state scelte tra quelle che superano un fatturato all’estero di 100 milioni di euro. Al primo posto c’è l’universo Prosecco del quale fanno parte le due Docg del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene e Colli Asolani e la macro Doc che arriva fino al Friuli e che secondo i dati elaborati da Wine Monitor ha esportato a ottobre 2019 un controvalore di 870 milioni di euro (+17,6%). A seguire ci sono i Rossi Dop toscani (Brunello di Montalcino, Nobile di Montepulciano e Chianti classico su tutti) che hanno registrato nei 10 mesi del 2019 un giro d’affari estero di 442 milioni di euro (+0,9%).
Al terzo posto i vini rossi Dop del Veneto (voce doganale che però tenendo conto dei vini con una gradazione alcolica fino a 15 gradi esclude una fetta degli Amarone) con 232 milioni di euro (+7,8%) e che precedono di un’incollatura i rossi Dop piemontesi (Barolo e Barbaresco su tutti) che invece hanno realizzato un fatturato estero di 225 milioni di euro (+10,6%). A chiudere la cinquina delle denominazioni export oriented un’altra gloriosa etichetta: l’Asti Dop che vanta un giro d’affari di 103 milionidi euro (in calo del 5,7%). Complessivamente poco meno del 50% dell’export italiano di vino.
Prosecco superstar
Dai dati si conferma anche nel 2019 il trend degli ultimi anni e che vede il Prosecco vero e proprio perno dell’export italiano e che ancora non ha esaurito la propria spinta propulsiva, un rallentamento dei vini rossi fermi (in particolare toscani mentre invece molto meglio sono andate le spedizioni dei grandi rossi piemontesi e veneti) e poi, pur all’interno di un calo il caso dell’Asti, che riprende le posizioni perdute sul promettente mercato russo.
Il rischio dei dazi Usa
Al di là delle singole performance i dati di Wine Monitor-Nomisma sottolineano un altro aspetto che può diventare critico: per tre delle cinque denominazioni italiane maggiormente export oriented gli Stati Uniti sono il primo mercato. Fanno eccezione i vini rossi Dop veneti (che come primo sbocco hanno la Germania) e il Prosecco (che eccelle nel Regno Unito). Ma anche queste due etichette però hanno gli Usa come secondo sbocco. In definitiva tutte le principali Doc e Docg del vino che primeggiano nelle esportazioni sono esposte al rischio dazi negli Usa.
"Furto di prospettiva"
Un aspetto che lascia presagire come il 2020 rischia di rivelarsi un anno davvero critico per il vino italiano a meno che non si riescano a individuare soluzioni alternative. «Gli Stati Uniti rappresentano di gran lunga il primo mercato per il vino italiano - ha spiegato il responsabile di Wine Monitor-Nomisma, Denis Pantini - ma la penalizzazione che può venire dai possibili dazi è soprattutto legata al vero e proprio "furto di prospettiva" che ne può derivare. Perché gli Usa sono il primo mercato ma sono anche quello con le maggiori prospettive di crescita a medio termine. I vini italiani infatti sono diffusi solo in alcuni stati e avrebbero grandi chance di sviluppo solo riuscendo a migliorare diffusione e penetrazione in aree degli Usa ancora inesplorate. Parliamo infatti di un paese che vanta ormai una diffusa cultura del vino e per questo può offrire risposte anche in tempi brevi. Cosa che di certo non può avvenire ad esempio in Cina. Le maggiori preoccupazioni sono quindi legate proprio a questo, ovvero al fatto che i dazi possano far venir meno uno sbocco di grandi prospettive e al quale nel medio termine sarà molto difficile trovare delle alternative».


