Disney entra nella guerra dello streaming. E ha tutta l’intenzione di vincerla
Disney+ debutta da martedì 12 nella ricchissima arena che vede già in gioco giganti come Netflix, Amazon, Apple, Cbs. Grazie alla visione del suo anomalo ceo Bob Iger, cresciuto dalla gavetta, e di acquisizioni di valore fatte nel recente passato, ha tutta l’intenzione di farlo da protagonista
di Marco Valsania
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NEW YORK - L'hanno definito come il più improbabile tra i magnati dei media. Eppure Bob Iger -con il retaggio d'esser cresciuto in una famiglia di modesti mezzi a New York e di aver cominciato dalla gavetta, quella vera - è oggi al vertice di un impero globale senza pari con sede a Hollywood.
Pronto per l'ultima, grande sfida sulla frontiera del colossale settore oggi a cavallo tra media, intrattenimento e tecnologia, quella dello streaming: da martedì 12 decolla Disney+, che si batterà all'arma bianca per l'attenzione - e il portafoglio - di consumatori e spettatori americani (e spesso globali) con altri leader vecchi e nuovi, da Netflix, Amazon Prime, Apple+ e Cbs All Access fino agli imminenti Peacock della Nbc Universal di Comcast (in aprile) e Hbo Max della Warner Media di AT&T (in maggio).
Iger sfida Netflix
In pubblico, fedele alla sua immagine, preferisce sempre toni pacati, il contrario dello stereotipo dell'irascibile e arrogante re delle piattaforme dell'intrattenimento onnipresente e onnicomprensivo.
La sua ferrea determinazione ad avere successo è però leggendaria e trapela anche all'Economic Club di New York, dove di recente Iger ha descritto così la nuova “scena” nell'era dello streaming.
«È l’epoca dei servizi on demand, della migrazione da piattaforme tradizionali a nuove. La tecnologia dà maggior potere agli utenti, maggiore scelta, controllo, possibilità di cambiare. È già accaduto in passato, ad esempio con l'arrivo del telecomando. Il consumatore è entusiasta di questa scelta, della capacità di farla. E c'è spazio per nuovi ingressi in questo nuovo spazio. Netflix è incredibile. Ma noi intendiamo far leva sul marchio, non sui volumi. Intendiamo contare sulla connessione che abbiamo con i consumatori».

