Oltre il coronavirus: l’esperimento smart working cambierà le nostre vite
La modalità organizzativa «a distanza» può consentire forti incrementi di produttività e risparmio sia nei costi che nelle emissioni di CO2 per gli spostamenti dei dipendenti
di Marta Casadei e Valentina Melis
4' min read
4' min read
L’emergenza legata all’epidemia da coronavirus di questi giorni ha acceso i riflettori sul lavoro agile nelle aziende (che potrà essere usato per sei mesi anche senza intese scritte), per ovviare ai divieti imposti dall’esigenza di limitare la diffusione del contagio. Era già successo nell’agosto del 2018, in seguito al crollo del Ponte Morandi a Genova, con il capoluogo ligure spaccato in due e i lavoratori in difficoltà negli spostamenti.
Lo smart working, però, non va inteso solo come pronta risposta alle emergenze. È una modalità di svolgere il rapporto di lavoro subordinato che, sebbene ancora di nicchia, è sempre più diffusa: in Italia, secondo l’Osservatorio della School of management del Politecnico di Milano nel 2019 hanno fruito del lavoro agile 570mila lavoratori, in crescita del 20% rispetto all’anno precedente.
Il lavoro agile è disciplinato dalla legge 81/2017: siglando un accordo scritto con l’azienda, il lavoratore può svolgere la sua prestazione senza vincoli di orario o di luogo, usando strumenti tecnologici, in parte all’interno dei locali aziendali, in parte all’esterno, senza una postazione fissa, con i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale stabiliti dalla legge e dal contratto collettivo.
Pmi più indietro della Pa
In questi giorni, l’uso dello smart working è stato temporaneamente semplificato e applicato da multinazionali con migliaia di dipendenti, ma anche realtà più piccole, dalle agenzie di comunicazione agli studi legali. Al netto dell’emergenza coronavirus, invece, la diffusione di questo strumento nelle aziende italiane ha tutt’altro volto. La situazione, infatti, è fortemente polarizzata: sempre secondo i dati del Politecnico di Milano, le grandi aziende che ammettono già di applicare forme di lavoro agile sono 58 su 100. A queste si aggiunge un 7% che ha attivato iniziative informali e un 5% che pensa di farlo entro i prossimi 12 mesi.
Il quadro si ribalta se si analizzano invece i dati relativi alle piccole e medie imprese: i progetti strutturati sono solo il 12%, ma soprattutto le aziende che, non avendo attivato progetti, si dichiarano totalmente disinteressate all’implementazione del lavoro agile sono più della metà (51%). Le percentuali assumono una fisionomia più concreta se «tradotte» in numeri reali: l’economia italiana poggia su un tessuto di piccole e medie imprese entro i 250 dipendenti che, secondoun’elaborazione di Infocamere su dati Inps (al netto dei titolari e i familiari/collaboratori) sono quasi 3,7 milioni e impiegano 9,8 milioni di lavoratori, contro le poco più di 4.500 «grandi imprese» (oltre i 250 dipendenti) con 4,3 milioni di lavoratori. La vera sfida per la diffusione sempre più capillare del lavoro agile, quindi, è quella che riguarda le piccole imprese. Che, su questo fronte, sono più indietro della Pubblica amministrazione: i progetti strutturati di smart working, nella Pa, sono nel 16% delle amministrazioni, ma il tasso di quelle disinteressate è molto limitato (7%).
