I 4 motivi per cui lo spread Italia-Germania può scendere ancora
di Vito Lops
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Lo spread BTp-Bund ha chiuso ieri a 254 punti, mai così giù da febbraio e oggi è sceso sotto quota 250. Ancora più significativo il calo del decennale italiano che è sceso al 2,19%, oltre 100 punti base in meno rispetto ai picchi di novembre, durante il momento peggiore dello scontro tra Bruxelles e il governo sull’approvazione della legge di Bilancio.
La discesa dello spread prosegue da tre settimane nonostante non manchino i fattori, tecnici e politici, che in teoria dovrebbero spingerlo ancora più in alto. Tra i fattori tecnici c’è l’andamento dell’altro anello dello spread, ovvero il rendimento del Bund tedesco. Nelle ultime settimane, forte di importanti acquisti, il tasso del Bund a 10 anni è scivolato sui minimi di tutti i tempi, a -0,26%. La forza del Bund è di per sé un fattore che gioca contro l’andamento dello spread Italia-Germania, perché tende ad ampliare lo svantaggio dell’Italia.
Tra i fattori politici non va dimenticato che il 28 maggio la Camera ha approvato senza indugi (in modalità bipartisan) una mozione sui mini-BoT, considerati difatti una moneta parallela all’euro e secondo molti analisti una sorta di apripista, qualora poi fossero effettivamente attuati, a un progetto di Italexit. L’uscita dell’Italia dall’euro non è affatto gradita agli investitori. E questo secondo fattore avrebbe dovuto far balzare lo spread BTp-Bund. Ma, anche questo fattore (alla pari della forza straordinaria del Bund) non ha fatto salire lo spread. Anzi, il differenziale di rendimento tra titoli italiani e tedeschi scende da tre settimane consecutive - ha perso 30 punti base dagli oltre 280 di fine maggio - e stamane ha rotto la soglia psicologica dei 250 punti.
Come mai? È evidente che in questa fase gli investitori stiano pesando di più i fattori positivi, rispetto ai due negativi precedentemente indicati. I quattro motivi che stanno sostenendo lo spread e potrebbero continuare a supportarlo, perlomeno nel breve periodo, sono:
1) i BTp stanno partecipando al violento calo globale dei tassi, frutto del crollo delle aspettative sull’inflazione nei prossimi 10 anni (1,12% nell’Eurozona e sotto il 2% negli Usa). Il forte calo delle aspettative sta alimentando le aspettative di nuove manovre espansive da parte delle banche centrali. Ad oggi i mercati scontano quattro tagli dei tassi negli Usa entro dicembre 2020 e ritengono più probabile, rispetto allo status quo, che anche la Bce tagli di 10 punti base il tasso sui depositi addirittura entro fine anno. Questo scenario, unitamente all’ipotesi di un nuovo piano di quantitative easing, è stato confermato da Mario Draghi nel vertice dei banchieri centrali a Sintra.


