Fca e le alleanze: quelle riuscite e i tentativi andati male
Nonostante le occasioni mancate, si può dire che la predisposizione all'alleanza, al “merger”, faccia parte del Dna del gruppo fondato a Torino nel 1899
di Corrado Canali
3' min read
3' min read
Se lo stop alla fusione tra Fca e Renault aveva rappresentato l’ennesimo e non l’ultimo tentativo fallito dal Lingotto di una lunga storia di piani, iniziative, discussioni rivolti all’obiettivo di concludere un'alleanza, incorporare altri Gruppi, di realizzare un matrimonio societario e industriale, il ritorno di fiamma con il gruppo Psa (in essere va ricordato c’è un accordo sui veicoli commerciali) è l'ennesima storia che continua.
Che, però, almeno in un caso, ha raggiunto il traguardo sperato con la creazione della prima casa globale per Fca, Fiat Chrysler automobiles rispetto ad altre volte andate a vuoto. Nonostante le occasioni mancate, si può dire che la predisposizione all'alleanza, al “merger”, faccia parte del Dna del gruppo fondato a Torino nel 1899. Gli Agnelli, a partire dal fondatore Giovanni, avevano infatti iniziato presto a guardare Oltralpe e in particolare alla Francia e alle famiglie imprenditoriali in qualche modo affini come, è facile da immaginare, i Renault e i Citroën.
E in fondo qualcosa di preliminare a una operazione transnazionale si può considerare quella che risale agli anni Trenta con la Simca, poi Simca-Fiat, fondata dal giovane Enrico Teodoro Pigozzi inviato a Parigi da Torino. Marchio che 30 anni più tardi passerà a Chrysler. Di relazioni personali e contatti informali che portano a qualche ipotesi di progetto italo-francese si parlava anche ngli anni Cinquanta.
Bisogna tuttavia fare un salto temporale rilevante per rintracciare la prima vera operazione mancata. Siamo negli anni Ottanta e Fiat arriva a un passo dall'accordo con la Chrysler guidata da Lee Iacocca. Matrimonio che avrebbe avuto un forte senso industriale: in America si costruivano auto di grossa cilindrata, in Italia utilitarie ma, in particolare secondo l'Avvocato, non avrebbe avuto fondamenta finanziarie solide.
In seguito i progetti guardano a uno degli altri big di Detroit: la Ford (che tra l’altro voleva Alfa Romeo che poi l’Iri di Romano Prodi “concesse” a Fiat nel 1986). Siamo negli anni di Vittorio Ghidella e il progetto di una joint venture non va in porto sia per sovrapposizioni che avrebbero reso necessari tagli e investimenti, sia per temi più legati alla governance. E si arriva al 2000, al primo matrimonio: la Fiat guidata da Paolo Fresco sigla un accordo con General Motors con uno scambio di partecipazioni e la possibilità per Torino di esercitare un diritto di vendita sul resto del capitale.

