Bce, Draghi ricarica il bazooka. Ecco gli effetti a 7 anni dal «Whatever it takes»
Nel rispetto del nostro mandato, la Bce è pronta a fare qualsiasi cosa per proteggere l’euro. E credetemi, sarà abbastanza». Era il 26 luglio 2012, sette anni fa. Mario Draghi - oggi a fine mandato - era presidente dal 1° novembre 2011, non aveva ancora davvero lasciato il segno sulla politica monetaria.
di Riccardo Sorrentino
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«Whatever it takes». «Nel rispetto del nostro mandato, la Bce è pronta a fare qualsiasi cosa per proteggere l’euro. E credetemi, sarà abbastanza». Era il 26 luglio 2012, sette anni fa. Mario Draghi - oggi a fine mandato - era presidente dal 1° novembre 2011, non aveva ancora davvero lasciato il segno sulla politica monetaria. Quelle parole, pronunciate forse non a caso a Londra, alla Global Investment Conference, cambiarono il volto della Banca centrale europea. Tra qualche insofferenza, soprattutto da parte tedesca, l’istituto di Francoforte assunse su di sé il ruolo di salvatore dell'euro.
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Il peso del “nazionalismo bancario”
Erano momenti difficili. La crisi fiscale era esplosa nel 2010-2011, ed era stata affrontata nel modo sbagliato. I governi e le autorità nazionali avevano costretto le banche a ritirarsi entro i confini nazionali e questo nazionalismo economico se non “bancario” – e non certo i soliti sospetti come il mercato unico o la globalizzazione – aveva frammentato i mercati finanziari. «Il mercato interbancario non funziona», spiegò con grande chiarezza Draghi. C’era ancora il rischio, forte, di una “rottura” di Eurolandia.
La flessione dei rendimenti
La cosa più rilevante, e interessante, è però il peso che ebbero le sole parole di Draghi. Attraverso le aspettative, l’effetto sui mercati finanziari fu immediato. In seguito la Bce dovette poi “mantenere le sue promesse” (“to deliver”, come si dice in inglese), con una serie di innovazioni come l’Omt, i tassi negativi e gli acquisti di titoli di Stato, soprattutto a causa della forte flessione dell’inflazione, ma qualcosa si mosse subito. Soprattutto, calarono i rendimenti dei titoli di Stato, e in particolare nella porzione a breve della curva, quella più condizionata dall’andamento dell’interbancario. Dopo sei mesi, a gennaio 2013, lo yield medio dei decennali di Eurolandia aveva perso 0,78 punti percentuali; a settembre 2014, quando cominciarono a materializzarsi concrete aspettative di un quantitative easing, era calato di oltre due punti percentuali.
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