il governo alla prova

I dilemmi di Conte, costretto a cercare la tregua con le opposizioni

Il premier schiacciato tra le esigenze di tutela della salute pubblica e il malcontento nel Paese. La mediazione del presidente Mattarella contro i rimpalli di responsabilità

di Manuela Perrone

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Per Giuseppe Conte è forse il momento più difficile dei suoi anni da premier. Più difficile di quando il leghista Matteo Salvini aprì la crisi che portò alla fine del Governo gialloverde. Più complicato di quando il coronavirus travolse l’Italia la scorsa primavera, prima in Europa a fronteggiare l’emergenza. Perché oggi è il momento delle scelte impopolari. E un presidente del Consiglio che non ha un partito e ha sempre tratto la sua forza, anche negoziale, dall’altissimo consenso nel Paese, davanti a una seconda ondata che rischia di essere più aggressiva della prima si ritrova schiacciato tra le esigenze di tutela della salute pubblica e il malcontento montante.

Il rischio stallo

Conte non è mai stato un decisionista. Dal 2018, quando si è insediato a Palazzo Chigi, ha sempre esercitato con pazienza le sue doti da instancabile mediatore, che gli riconoscono tutti, amici e detrattori, in Italia e in Europa. Ma quello che è un indubbio vantaggio competitivo in tempi ordinari, corre il pericolo di trasformarsi nel suo tallone d’Achille in tempi straordinari, quando il nemico non è Salvini o il fronte degli Stati “frugali” o uno dei tanti interlucutori sui dossier complessi (da Autostrade a Ilva), ma un virus che corre attraverso i contatti tra le persone. Temporeggiare lo ha reso vittorioso in molte situazioni e lo ha aiutato a cavarsi d’impaccio mentre gli altri, gli alleati che sostengono il Conte 2, si avvitavano nelle loro beghe interne. Ma adesso? «Quanto può costare la paralisi?», si chiedono gli scienziati pubblici più preoccupati.

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L’intervento del presidente Mattarella

È dovuto intervenire il capo dello Stato, Sergio Mattarella, per provare a sbloccare lo stallo. Facendosi promotore di un dialogo ad ampio spettro per richiamare tutti all’unità. Tutti: dalle Regioni alla maggioranza litigiosa, fino al centrodestra che ha fin qui rifiutato la proposta di Conte di una cabina di regia parlamentare per condividere le scelte contro il SarsCov2. Una moral suasion indirizzata in primis proprio al premier, che nei suoi appelli alla collaborazione non si era mai mostrato troppo convinto.

I rischi dell’«unità nazionale»

Qui è d’obbligo aprire una parentesi politica. Sono mesi che Conte riconosce a Forza Italia un ruolo diverso rispetto a Lega e Fdi. Un ruolo di «opposizione responsabile», lontana dagli eccessi del sovranismo, che ha più volte fatto vagheggiare un ingresso dei “responsabili” a puntello del Governo, anche per stabilizzarlo rispetto al caos del M5S. Ma la “coalizione Ursula” - dal nome delle forze che in Europa sostengono l’attuale Commissione, i Popolari di Merkel e Berlusconi compresi - finora non si è realizzata. E di un allargamento ulteriore il premier ha sempre diffidato: ogni ipotesi di “unità nazionale” circolata finora non lo contempla a capo dell’Esecutivo.

La ricerca forzata di una tregua

Ecco perché anche lunedì scorso in Parlamento, quando Conte ha dovuto reiterare la proposta di un tavolo di confronto con il centrodestra (la «proposta permane immutata» in caso di «ripensamenti») è sembrato più mosso dal dovere - ovvero dalla spinta del capo dello Stato - che non da una reale convinzione. Ed ecco perché l’approccio dell’ultimo Dpcm è del tutto diverso da quello dei decreti di marzo: le strette non soltanto saranno calibrate sulla base delle diverse criticità nei territori, ma spetterà a un’ordinanza del ministro della Salute, e non a un atto del premier, stabilirne l’attuazione in ogni Regione. La strategia odierna sembra quella di restare un passo indietro: non scegliere di chiudere d’imperio, condividere tutte le responsabilità, non assumersi l’onere di scontentare le categorie produttive sul piede di guerra. E scommettere che le micro-strette degli ultimi tre Dpcm, tre in appena undici giorni, sortiscano qualche effetto sull’abbassamento della curva dei contagi.

L’incognita della verifica di maggioranza

Se con le opposizioni il dialogo è obbligato (anche in vista della necessità di chiedere al Parlamento l’autorizzazione a nuovi scostamenti di bilancio per provvedere alle crescenti esigenze di ristoro delle attività penalizzate dalle chiusure), con la sua maggioranza il presidente del Consiglio gioca un’altra partita delicata. Tra mercoledì e giovedì partirà la verifica chiesta prima dai renziani e poi dai dem, senza aspettare la conclusione degli Stati generali del Movimento 5 Stelle. Il premier non ha potuto aspettare: troppi i distinguo e i malumori, troppa l’insofferenza crescente in casa democratica. Ma anche in questo caso deve camminare sulle uova: preferirebbe che il confronto si limitasse alla ridefinizione delle priorità dell’agenda di governo, ma nessuno può assicurare oggi che non prenda una piega diversa. E che non si materializzi quella richiesta di rimpasto che potrebbe mettere a rischio un equilibrio già labile. In piena pandemia. Mesi fa scrivevamo che questa sarebbe stata la vera prova da statista per Conte, da premier per caso a timoniere della nave Italia nella più grave tempesta dal dopoguerra e che il Pd si era rivelato la sua sponda più solida. Adesso i nodi verranno al pettine.

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