Lo smart working del futuro deve avere orizzonti più ampi
Il presupposto è che i lavoratori siano in grado di farlo (principio di responsabilità) e le imprese di permetterlo (capacità organizzative)
di Alessandro Pedrazzini *
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In questo periodo, complice un evento esterno imprevedibile, è esploso l’approccio allo smart working, in alcuni casi confuso con il telelavoro. In realtà la distinzione è netta e coinvolge modelli organizzativi e comportamenti manageriali che ci portano ad affrontare il modello dello smart working in modo più ampio e definitivo, una volta terminata l’emergenza.
Lo smart working” è nato come un modello di organizzazione del lavoro che, supportato dalle tecnologie, permettesse «ai dipendenti di essere felici e realizzati» decidendo in modo autonomo la distribuzione dei carichi di lavoro e il luogo in cui lavorare.
Dal lato dell’organizzazione aziendale è un modo per essere in grado non solo di rispondere alle esigenze delle persone, ma di creare spazi di lavoro ottimizzati che consentono risparmi sugli affitti e facility, con tecnologie che agevolano i processi lavorativi dell’impresa.
La difficoltà a introdurre questo modello è collegata ad un approccio manageriale basato sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare, a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati; ci riferiamo quindi ad un’organizzazione del lavoro che dia alle persone la possibilità di auto-organizzarsi nel dove-come-quando per svolgere l’attività.
Il presupposto di questo modello è che i lavoratori siano in grado di farlo (principio di responsabilità) e le imprese di permetterlo (capacità organizzative), individuando processi che mettano in linea delega, controllo e valutazione in modo diverso dai tradizionali modelli manageriali descritti precedentemente.


