Pensioni, tutto quel che è bene sapere prima dell’ennesima “riforma”
di Davide Colombo
12' min read
12' min read
In dicembre, mentre i tecnici governativi erano impegnati nella confezione di “quota 100”, lo sbandierato primo passaggio per il “superamento della riforma Fornero”, uno dei nostri massimi esperti di previdenza, il professor Sandro Gronchi, completava un saggio sulle prospettive del sistema pensionistico italiano, destinato al terzo volume collettaneo che la World Bank sta per dedicare ai sistemi contributivi nel mondo. Gronchi è un economista dell’Università La Sapienza di Roma con un lungo trascorso di analista e consulente in materia previdenziale. Con questa intervista lunga proponiamo ai nostri lettori i contenuti più importanti. La lettura, avvertiamo subito, è impegnativa. Ma aiuta a capire la complessità dei problemi sul tappeto e dove ci possono portare i nuovi pensionamenti 2019.
Professore, il Governo Conte propone “quota 100” per aggiungere nuova “flessibilità al pensionamento” e “liberare posti di lavoro”. Che idea si è fatto?
Neppure le opposizioni sembrano accorgersi che la proposta è sbagliata a prescindere dagli effetti che potrà produrre. Di flessibilità c'è molto bisogno, ma con modalità e per scopi del tutto diversi. L'errore affonda le radici nella “filosofia contributiva” che l'Italia fece la scelta di abbracciare nel 1995.
PER SAPERNE DI PIÙ / Pensioni 2019: calcolo, requisiti, novità e approfondimenti
Sono passati più di vent’anni. All’epoca si pensava a un sistema che garantisse pensioni più eque, basate sui contributi versati, oltre che la possibilità di scegliere liberamente l'età del pensionamento.
Lo scopo primario dello schema contributivo, internazionalmente noto come “Ndc” da Notional Defined Contribution, è la corrispettività, cioè la restituzione dei contributi versati nel corso della vita attiva. Allo scopo, la pensione è calcolata spalmandoli sulle vite residue del pensionato e del coniuge superstite. La corrispettività implica due meritevoli conseguenze. La prima è la “sostenibilità”, cioè il pareggio tendenziale fra la spesa pensionistica e il gettito contributivo. La seconda è la “flessibilità”, cioè la libertà di scegliere l'età per andare in pensione.
Benché, in linea teorica, le età siano tutte “indifferenti” per l'equilibrio finanziario del sistema, e quindi la scelta possa essere del tutto libera, alcune ragioni pratiche suggeriscono di limitarla. Da un lato, il pensionamento tardivo non deve imporre alle imprese lavoratori troppo anziani, tendenzialmente portatori di produttività inferiori. Dall'altro, il pensionamento precoce non deve generare pensioni troppo basse, foriere di stati di povertà senile che la fiscalità generale dovrebbe altrimenti soccorrere.
