Antonino Scopelliti, il magistrato che faceva paura a mafia e terrorismo
di Redazione Online
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9 agosto 1991, Campo Calabro, provincia di Reggio Calabria. Sono da poco passate le 17.00 quando sulla strada che dal mare porta al centro abitato si sentono esplodere due colpi di fucile. Ravvicinati, sia nel tempo che nello spazio. Quello che separa gli assassini dalla vittima: il giudice di Cassazione Antonino Scopelliti.
Chi era Antonino Scopelliti e perché è stato ucciso
Nato a Campo Calabro, lo stesso luogo in cui perderà la vita, già a 24 anni Antonino Scopelliti è uno dei più giovani magistrati d’Italia. Divenuto Sostituto Procuratore presso la Suprema Corte di Cassazione, a lui viene affidato il compito di rappresentare la pubblica accusa in tutti i maggiori processi per terrorismo o per crimini mafiosi. A partire dalla strage di piazza Fontana a Milano, passando per il procedimento riguardante l’assassinio di Aldo Moro, fino alla strage di piazza della Loggia a Brescia, dell’Italicus e degli omicidi di Rocco Chinnici e Walter Tobagi, sono più di mille e cinquecento i processi seguiti da Scopelliti nel solo periodo passato in Cassazione.
Ma è il ruolo ricoperto in un processo particolare quello che lo porterà a perdere la vita. «La sentenza di morte di Scopelliti - racconta il giudice Antonino Caponnetto in un discorso agli studenti di Rosarno (RC) tenuto nel dicembre del ’96 - fu firmata quando accettò di sostenere l’accusa nel maxi processo in Cassazione contro la mafia palermitana». Il cosiddetto “maxi processo”, istruito a Palermo dal pool antimafia di Falcone e Borsellino, aveva ormai passato il secondo grado di giudizio ed era pronto per affrontare il verdetto finale.
Quella collaborazione tra mafia e ’ndrangheta
«È difficilmente contestabile che le organizzazioni mafiose (Cosa Nostra siciliana e ’ndrangheta calabrese) probabilmente sono molto più collegate tra di loro di quanto si affermi ufficialmente e che le stesse non soltanto ben conoscono il funzionamento della macchina statale, ma non hanno esitazioni a colpire chicchessia, ove ne ritengano l’opportunità». A pronunciare, anzi scrivere queste parole, in un editoriale pubblicato su La Stampa il 17 agosto 1991, è l’alto commissario per gli affari penali Giovanni Falcone. Il significato è ben capibile: Antonino Scopelliti avrebbe dovuto rappresentare la pubblica accusa contro la mafia siciliana, ma è stato ucciso in Calabria, terra di ’ndrangheta. E difficilmente Cosa Nostra avrebbe potuto uccidere un giudice di Cassazione senza il permesso, la collaborazione, della ’ndrangheta.

