Cina, proteste a Wuhan, Shanghai e Pechino contro le misure Zero Covid
Nella città di Urumqi, i cittadini accusano le autorità per la morte di dieci persone in un incendio: il lockdown avrebbe infatti ritardato i soccorsi e impedito alle vittime di mettersi in salvo
di Luca Veronese
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La rabbia della popolazione in Cina contro la politica Zero-Covid e contro l’inasprimento delle misure di isolamento della pandemia è esplosa nuovamente, tra venerdì notte e sabato, in violente proteste nella regione dello Xinjiang. Centinaia di persone sono scese in piazza anche a Wuhan, Shanghai, Pechino e Chengdu, mentre le infezioni nel Paese continuano a segnare nuovi allarmanti record.
A Wuhan, la città in cui ha avuto origine all’inizio del 2020 la pandemia di Covid e in cui è stato introdotto il primo lockdown, la gente manifesta per protestare contro la politica della tolleranza zero introdotta dal governo per contenere il covid. La gente abbatte le barriere, come è stato fatto anche a Shanghai, e scandisce lo slogan «È tutto iniziato a Wuhan, finirà a Wuhan».
Anche a Shangai ci sono stati nella giornata di domenica scontri tra la polizia e le centinaia di manifestanti scese in piazza per protestare contro i duri lockdown imposti dalle autorità cinesi per arginare la diffusione del Covid. La rabbia e le proteste contro le severe restrizioni sono divampate per il terzo giorno consecutivo e si sono estese anche a Pechino e Chengdu.
Sabato a Urumqi, capoluogo dello Xinjiang - regione dove vivono dieci milioni di uiguri, minoranza etnica prevalentemente musulmana, che da anni denuncia le discriminazioni e gli abusi delle autorità cinesi - i manifestanti hanno riempito le strade di chiedendo con forza la «Fine del lockdown» e alzando i pugni in aria per protestare contro l’obbligo di restare a casa che dura da ormai oltre cento giorni. Numerosi video diffusi in rete (e sfuggiti alla censura) mostrano persone in piazza impegnate a cantare l’inno nazionale cinese rimarcando le parole del testo: «Insorgete, voi che rifiutate di essere schiavi».
A fare aumentare le tensioni è stata la morte di almeno dieci persone nell’incendio di un grattacielo: per la tragedia sono state subito accusate, soprattutto sui social, le autorità locali e le misure di lockdown che avrebbero ritardato i soccorsi (sono state necessarie più di tre ore per contenere le fiamme) e avrebbero impedito alle vittime di mettersi in salvo. Alcuni testimoni hanno riferito di porte bloccate nelle scorse settimane dalle forze dell'ordine per fare rispettare i divieti.
Di fronte alla rabbia della popolazione, le autorità di Urumqi sono state costrette a revocare il lockdown in diversi quartieri della città, ma hanno respinto le accuse, negando che ci fossero porte bloccate nell’edificio e affermando che i residenti avrebbero potuto fuggire. La polizia locale ha represso le voci di protesta, annunciando l’arresto di una giovane attivista per aver diffuso online «informazioni false» sul numero delle vittime.

