Rapporto Itinerari previdenziali

Pensioni, troppe vie d’uscita anticipate. L’assistenza costa 157 miliardi: +126% in dieci anni

Nel 2022 per il Welfare sono stati spesi 559,5 miliardi, con una crescita del 6,2% sull’anno precedente, soprattutto a causa degli oneri assistenziali a carico della fiscalità generale

di Marco Rogari

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Nel 2022 in Italia i costi dell’assistenza hanno raggiunto i 157 miliardi e, attingendo alla fiscalità generale, sono lievitati del 126% in dieci anni. Ad alimentare la corsa della spesa è anche il numero dei pensionamenti totalmente o parzialmente assistiti, che sono saliti a 6,55 milioni assorbendo il 40,61% dell’intero bacino dei beneficiari di prestazioni pensionistiche. È quanto emerge dall’ultimo rapporto sul bilancio del sistema previdenziale elaborato dal Centro studi e ricerche “Itinerari previdenziali”, sotto la guida dell’ex sottosegretario al Lavoro, Alberto Brambilla, che è stato presentato alla Camera dei deputati e in cui si richiama nuovamente l’attenzione sulla necessità di separare previdenza e assistenza, contenendo maggiormente quest’ultimo capitolo di spesa. Nel report si evidenzia che il sistema previdenziale sostanzialmente regge, come dimostra il miglioramento del rapporto attivi-pensionati che si è attestato a quota 1,4443 restando lontano da quella che è considerata la soglia di sicurezza (1,5). Un sistema che è destinato a tenere anche nell’immediato futuro a patto, sottolinea Brambilla, di saper compiere, in un Paese che invecchia, «scelte oculate su politiche attive del lavoro, età di pensionamento e anticipi». In quest’ultimo caso vanno ridotti i troppi canali di uscita prima dei limiti di vecchiaia.

Nel 2022 spesi per il Welfare 559,5 miliardi: +6,2% sull’anno precedente

L’ultimo rapporto di “Itinerari previdenziali” mette in evidenza che nel 2022 il nostro Paese ha complessivamente destinato a pensioni, sanità e assistenza 559,513 miliardi, con un incremento del 6,2% rispetto all’anno precedente (32,656 miliardi). E la spesa per prestazioni sociali ha assorbito oltre la metà di quella pubblica totale (il 51,65%). Sempre nel dossier si sottolinea che, rispetto al 2012, e dunque nell’arco di un decennio, la spesa per welfare è aumentata di ben 127,5 miliardi strutturali: +29,4%.

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In dieci anni costi assistenziali su del 126,3%, quelli previdenziali del 17%

Il centro studi presieduto da Brambilla fa notare che la significativa crescita dei costi del Welfare è «ascrivibile soprattutto agli oneri assistenziali a carico della fiscalità generale», lievitati in dieci anni del 126,3% «a fronte dei “soli” 37 miliardi della spesa previdenziale (+17%)». Di qui il nuovo richiamo di “Itinerari previdenziali” sulla necessità di separare previdenza e assistenza, contenendo maggiormente quest’ultima voce di spesa.

Oltre 6,5 milioni i pensionati «assistiti»

Nel report si afferma che al 2022 risultano in pagamento 4.146.120 trattamenti di natura interamente assistenziale (invalidità civile, accompagnamento, assegni sociali, pensioni di guerra) per un costo totale di 21,486 miliardi, malgrado il calo delle pensioni di guerra. Tenendo conto che uno stesso soggetto può essere titolare di più prestazioni, sono di fatto 3.746.753 i beneficiari di trattamenti totalmente assistiti. Sono invece complessivamente 6.751.556 le prestazioni parzialmente assistite erogate sempre nel 2022, di cui 3.887.168 milioni di trattamenti tra integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali e importi aggiuntivi: a usufruirne, al netto di duplicazioni e non considerando la quattordicesima mensilità, sono in tutto 2.804.780 soggetti. I pensionati totalmente o parzialmente assistititi sono pertanto 6.551.533, «vale a dire il 40,61% del totale».

L’assistenza pesa per 157 miliardi

Nel complesso il costo delle attività assistenziali a carico della fiscalità generale è ammontato nel 2022 a 157 miliardi, 12 in più rispetto ai 144,2 miliardi del 2021. Dal 2008, quando la spesa per assistenza era di 73 miliardi, gli oneri a carico dello Stato – si legge nel report – sono più che raddoppiati, con un tasso di crescita annuo del 7,67%, addirittura 3 volte superiore a quello della spesa per le pensioni che sono però sorrette da contribuzione di scopo. «Il tutto mentre il debito pubblico si avvicina pericolosamente ai 3mila miliardi e, secondo i dati Istat – precisa Brambilla – il numero di persone in povertà continua a salire: verrebbe da dire che non solo spediamo molto ma spendiamo anche male».

Per “Itinerari previdenziali” spesa pensioni al 12,97% del Pil

Secondo “Itinerari previdenziali”, nel 2022 la spesa pensionistica di natura previdenziale comprensiva delle prestazioni Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti) è stata di 247,588 miliardi con un’incidenza sul Pil del 12,97%, in riduzione rispetto al 13,42% dell’anno precedente. Al netto degli oneri assistenziali per maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo e Gias dei dipendenti pubblici (23,793 miliardi in totale), il peso sul Pil scenderebbe all’11,72%, «dato più che in linea con la media Eurostat». Proprio le prime stime Eurostat sul 2022, relative a pensioni di vecchiaia, anticipate e superstiti, indicano un rapporto spesa-Pil del 16,7%. «La corretta determinazione di questi dati – sostiene Brambilla – è fondamentale per evitare che eccessive sovrastime convincano l’Europa a imporre tagli alle pensioni che, come evidenziano questi numeri, presentano invece una spesa tutto sommato sotto controllo».

A 1,4443 il rapporto attivi-pensionati: il sistema per il momento regge

Nel dossier si afferma che, malgrado l’incremento del numero di pensionati, con il miglioramento della situazione occupazionale si attesta a 1,4443 il rapporto attivi-pensionati, «valore fondamentale per la tenuta di un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano». «Resta dunque piuttosto distante quell’1,5 indicato nelle precedenti pubblicazioni come soglia minima necessaria per la stabilità di medio-lungo termine della nostra previdenza obbligatoria». Anche sulla base di questi dati il Centro studi sostiene che nel complesso il sistema previdenziale regge e che continuerà a tenere anche in futuro ma a patto di essere in grado di compiere, in un Paese che invecchia e con un complicato andamento demografico, «scelte oculate su politiche attive per il lavoro, anticipi ed età di pensionamento».

Troppi canali di pensionamento anticipato: il piano-Brambilla

Secondo Brambilla, l’Italia deve prendere consapevolezza di essere «dinanzi alla più grande transizione demografica di tutti i tempi». Per questo motivo il presidente di “Itinerari previdenziali” auspica che «le forze politiche possano trovare un “patto di non belligeranza” a favore di una revisione del sistema equa, duratura e che tenga conto di un’aspettativa di vita sempre più elevata». Un patto che punti a innalzare gradualmente l’età di pensionamento e a intervenire sui troppi canali di pensionamento anticipato. In particolare, per Brambilla vanno «limitate le numerose forme di anticipazione a pochi ma efficaci strumenti, come fondi esubero, isopensione e contratti di solidarietà (riportando però l’anticipo a un massimo di 5 anni», va «bloccata l’anzianità contributiva agli attuali 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 per le donne, con riduzioni per donne madri e precoci, così come previsto dalla riforma Dini, e superbonus per quanti scelgono di restare al lavoro fino ai 71 anni di età» e vanno «equiparate le (poco eque) regole di pensionamento dei cosiddetti contributivi puri a quelle degli altri lavoratori».


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